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martedì 4 marzo 2014

BABELE: Il Carnevale di Mamoiada- Le figure dei Mamuthones e degli Issocadores

Un altro fra i carnevali più affascinanti della Sardegna è sicuramente il carnevale di Mamoiada, con le bellissime figure dei Mamuthones e degli Issocadores. Molti sono i visitatori e i turisti che ogni anno si riversano nel paese per seguire le figure mitiche di questo carnevale.

LA RAPPRESENTAZIONE.
I Mamuthones e gli Issocadores sono figure protagoniste della domenica e del martedì di carnevale.
Essi giungono all’improvviso, interrompendo i balli e la festa che si sta svolgendo nel paese. Immediatamente l'atmosfera si fa più cupa e solenne, stridendo con la gioia e il clima che si stava vivendo precedentemente. I Mamuthones sono dodici, disposti su due file parallele mentre gli Issocadores sono disposti all’esterno delle file nell’atto di proteggere i loro “prigionieri”. I movimenti dei due gruppi sono molto in sintonia tra loro: i primi si muovono quasi a saltelli, muovendo contemporaneamente le spalle ora verso destra ora verso sinistra al fine di far suonare contemporaneamente i campanacci. Ogni tanto capita che ad un gesto degli Issocadores essi facciano tre rapidi salti seguiti da tre secche scampanellate.
Gli Issocadores, invece, sono molto più agili e liberi nei movimenti. Ogni tanto capita che lancino la soha per acchiappare qualcuno del pubblico, spesso di sesso femminile, al fine di mostrare la propria abilità. Gli Issocadores possono parlare e colloquiare con il pubblico, mentre i Mamuthones sono costretti a stare in silenzio per tutta la durata della manifestazione.

L’ORIGINE DEI NOMI
I due nomi hanno origine antica e spesso controversa e di difficile comprensione. Tra le principali ipotesi vi è quella per cui il nome Mamuthones derivi dal modo in cui i sardi micenei chiamavano i fenici, cioè Melaneimones, che sta a significare “Facce nere”, da cui provengono i termini Maimoni e Mamuthones, che stanno a significare “demonio” e “Maschera Nera”. Un’altra ipotesi fa derivare il termine da maimatto, ossia il “tempestoso”, colui che fa esplodere la tempesta, un epiteto dato alla divinità sotterranea identificata con Dionisio, che ogni anno moriva e rinasceva in primavera con la fioritura dei campi.
Il termine Issocadores, invece, in sardo sta a significare letteralmente “colui che prende la fune”, cioè colui che ha in mano una fune, detta soha.

IL MODO DI VESTIRE
È interessante analizzare il modo di vestire dei due protagonisti del carnevale di Mamoiada. Il vestito dei Mamuthones comprende su Belludu, l’abito in velluto scuro; sas peddes, una casacca di pelle ovina oscura caratteristica dei pastori sardi; sos piuncos, grosse calze di cotone e lana; sos hònsizos, scarpe conciate in pelle; sa visera, una maschera nera antropomorfa; su bonette, il berretto sardo e su mucadore, fazzoletto di colore scuro del vestiario femminile. Infine, sul dorso sono posti i campanacci e i sonagli, il cui peso è di 22-25 chili, la dotazione sonora dei Mamuthones chiamata su ferru.
Gli Issocadores, invece, hanno con loro la berritta di colore nero, tenuta in testa da un mucadore il cui colore è assolutamente variopinto; la hammisa, una camicia dello stesso colore del costume; su currittu, il corpetto rosso del costume tradizionale; sos carzones de tela, pantaloni di tela bianca larghissimi, s’issalletto, uno scialle in seta di raso caratterizzato da una grande policromia di colori. Infine ovviamente vi è la soha, particolare lunga fune in giunco.

COSA RAPPRESENTANO LE DUE FIGURE
Ma cosa rappresentano queste due figure? È in particolare lo studioso Raffaello Marchi che prova a offrire alcune supposizioni sulle loro origini e su quelle di questo spettacolo carnevalesco. La più importante trae origine da un evento bellico, sicuramente “emblematico- scrive lo storico- nella lunga storia di dominazioni straniere e di assalti barbareschi in Sardegna”1. In particolare lo storico ritiene che l’origine dell’evento possa risalire a una delle poche vittorie ottenute dai sardi contro i pirati saraceni, “Los Moros” come venivano chiamati, nei primi decenni del IX secolo, quando riuscirono a catturarne un grandissimo numero, tra cui quattro fra i capi o ufficiali maggiori2. È molto probabile che questi ultimi, dopo essere stati catturati nel luogo del loro sbarco, fossero poi stati accompagnati a Mamoiada da pastori che utilizzavano, per tenerli fermi, il laccio pastorale. Sempre secondo il Marchi, è possibile pensare che i prigionieri venissero poi spogliati e rivestiti con la Mastruca sarda, e su questa venissero posti i campanacci che indicavano l’assoggettamento; i sardi utilizzavano invece le effigi dei vinti conservando la soca come emblema della vittoria. Ritornando al carnevale di Mamoiada, la simbologia descrive dunque i Mamuthones come i vinti musulmani e gli Issocadores come i vincitori sardi.
Ma sono altre le ipotesi fatte dallo studioso, tra queste la più interessante fa risalire l’origine a una di quelle «processioni rituali che i sardi della civiltà nuragica dovevano fare molto spesso in onore dei loro piccoli numi agricoli e pastorali. In un caso e nell’altro possiamo immaginare, al posto dei Mamuthones, una torma di buoi veri tutti rimbelliti, inghirlandati e come vestiti a festa che vanno in processione guidati da mandriani Issocadores»3.
Un carnevale molto affascinante, dunque, sicuramente da vedere per poter ammirare le due figure all’opera.

Foto di P. Volta, S. Monchi, R. Ballore, P. Cugusi, tratte da “Il carnevale di Mamoiada”, di Paolo Pillonca

BIBLIOGRAFIA:
  • Raffaele Marchi, “Le maschere barbaricine”, articolo pubblicato sulla rivista Il ponte nel 1951
  • Paolo Pillonca, Il carnevale di Mamoiada
  • Caterina Vitzisai, Il carnevale di Mamoiada


1
Raffaele Marchi, “Le maschere barbaricine”, articolo pubblicato sulla rivista Il ponte nel 1951
2
Alcuni altri storici ci dicono che da questa vittoria ebbe origine anche la famosa bandiera sarda con i quattro mori che hanno le bende agli occhi
3
R. Marchi, Op. cit.

venerdì 28 febbraio 2014

BABELE: Tradizioni popolari. La Sartiglia.

Iniziamo questa nuova rubrica legata al blog con la storia e la descrizione di una delle tradizioni più importanti e sentite in Sardegna, particolarmente a Oristano: il Carnevale della Sartiglia.

La Sartiglia è una corsa all’anello di origine medievale che si svolge tra la domenica e il martedì di Carnevale. Il nome prende origine dal castigliano Sartija che, a sua volta, ha origine dal latino Sarticola, anello, diminutivo di sors, fortuna. Come il nome lascia intendere, attraverso tale festa gli antichi intendevano garantirsi la fertilità della terra e l’abbondanza della terra.
I primi documenti che ci parlano dell’evento risalgono al quattrocento, quando il territorio sardo era sotto la dominazione catalana e Oristano venne nominata Città Regia (1478). Tra le prerogative di una città Regia vi era quella di poter costituire i Gremi, corporazioni di mestiere regolamentate secondo le regole delle corporazioni barcellonesi. A Oristano i Gremi sopravvissuti sono quello dei Contadini, sotto la protezione di San Giovanni Battista, che organizza la Sartiglia della domenica, e quello dei Falegnami, sotto la protezione di San Giuseppe, che invece si occupa della giornata di martedì.
Il nome “Gremio” deriva dal fatto che l’associazione fosse posta sotto la protezione di uno o più santi, ovvero “in grembo”.
La figura principale della Sartiglia è su Componidori. Esso rappresenta per tutti un simbolo di purezza e fertilità. Is Componidoris sono in realtà due: uno che rappresenta il Gremio dei Contadini la domenica, e uno per il Gremio dei Falegnami il martedì. Si stabilisce chi dovrà interpretare la figura de Su Componidori durante la giornata de la Candelora, il due febbraio, in cui vi è la consegna, da parte dei cavalieri, di un cero luminoso ai prescelti.
Il momento più solenne è sicuramente quello della Vestizione, che avviene nella mattinata della corsa. La persona che dovrà assolvere il ruolo de Su Componidori si presenta nella sala dove avverrà la Vestizione e successivamente sale sopra un tavolo posto al centro della sala, sa Mesita, accompagnato dal suono delle Launeddas.

Sono le Massaieddas, giovani ragazze vestite con l’antico costume tradizionale oristanese, insieme a sa Massaia Manna, donna più esperta che le guida, a mettere gli abiti a su Componidori. “I vestiti sono composti da dei pantaloni di pelle, una candida camicia e un coietto, una giacca di pelle che si allunga come un gonnellino davanti, simile al tipico abito da lavoro degli artigiani, un capo di velo ricamato in testa unitamente ad un cilindro e infine la maschera”1. Il colore e la forma della maschera segnano la differenza principale tra su Componidori del Gremio dei Contadini e quello dei Falegnami. Infatti, il primo indossa una maschera color terra mentre il secondo indossa una maschera color cera. Al termine della Vestizione, su Componidori dovrà salire a cavallo, senza però toccare il suolo, al fine di conservare la necessaria purezza; per far ciò, un artiere accompagnerà il cavallo sino al tavolo dove è avvenuta la vestizione del cavaliere.
Successivamente su Componidori sarà colui che guiderà la corsa: a lui toccherà il ruolo di benedire tutti con sa pippia de maiu, un doppio mazzo di viole mammole e poi, dopo aver aperto ufficialmente la corsa con un triplice incrocio di spade con il suo Secondo, proverà per primo a cogliere la stella, scegliendo successivamente chi dovrà sfidare la sorte.
La manifestazione si conclude con la Svestizione: nuovamente facendo attenzione a non mettere i piedi per terra, su Componidori sale sopra sa Mesita. Al contrario della Vestizione, che è un rito molto intimo, la Svestizione è invece aperto a molte persone.
Le due manifestazioni principali della Sartiglia sono la corsa alla Stella e la Pariglia. La prima consiste nella prova, da parte di tutti i 120 cavalieri partecipanti, di infilzare una stella a otto punte appesa a un nastro di raso verde al termine di un percorso che i cavalieri devono compiere, partendo da Via Duomo sino al piazzale antistante la chiesa di San Mauro, superando la chiesa di Sant’Antonio e la chiesetta dello Spirito Santo.
La seconda manifestazione è invece lo spettacolare numero delle pariglie. In questo caso, i cavalieri uscendo al galoppo dal portico che si apre all’inizio di Via Mazzini, si esibiscono in acrobazie spettacolari in groppa ai propri destrieri. È in questo momento che si mettono maggiormente in luce il coraggio, la destrezza, l’affiatamento con i propri compagni e con il proprio cavallo. Una giuria valuta le esibizioni proposte e concede la possibilità di partecipare all’edizione successiva della Sartiglia. Inizialmente le corse a pariglia non facevano parte della Giostra ma furono introdotte quando iniziò a partecipare alla festa anche la popolazione non nobile della città. Emblematico, a questo proposito, anche il fatto che si corra su un percorso situato all’esterno delle mura giudicali, un tempo acquitrinoso, e quindi più popolare.

Dopo le cerimonie ufficiali della Sartiglia, inizia il momento più divertente, quello del Banchetto, in cui le persone si ritrovano nelle stalle a bere e a festeggiare il carnevale.

(fonte: http://www.sartiglia.info/la-sartiglia/i-protagonisti/su-componidori )


 

venerdì 14 febbraio 2014

BABELE: Radio Ucamara e la Scuola Ikuari

Conosco Nauta (vedi http://kenemeri.blogspot.it/2012/05/altrove-peru-parte-2-il-dettaglio.html) e la sua realtà da due anni e mezzo. Ci sono arrivato per prima volta nel luglio del 2011 guidato da un amico che voleva che conoscessi il lavoro di Radio Ucamara, il principale canale comunicativo attraverso cui si contribuiva al processo di rivitalizzazione della cultura Kukama-Kukamiria.

Il programma “Kukama Ukatuki” (“i Kukama appaiono”) è stato solo uno dei passi che si son compiuti per rafforzare questo cammino; è stato il primo (e forse più difficile) scalino che bisognava affrontare per restituire a questa cultura il posto che merita, renderla nuovamente visibile dopo quel processo che, dalla seconda metà dell'800 e fino ai giorni nostri, aveva portato a considerare l'appartenere al popolo kukama come una condanna, qualcosa di cui ci si doveva vergognare. Grazie a Radio Ucamara si è iniziato a spezzare quella catena di disprezzo e i kukama hanno iniziato ad affermare finalmente che ESISTONO.
Dall'inizio del programma si sono susseguite molte attività proposte e portate avanti dall'equipe della radio. Fra queste, circa due anni fa, c'è stata la creazione della scuola Ikuari. In questa scuola, per far fronte alla mancanza di insegnanti bilingui interculturali, i parlanti della lingua kukama di Nauta hanno iniziato a dare lezioni a tutti gli alunni che volessero imparare la propria lingua originaria. Bambini, adolescenti e adulti hanno iniziato a frequentare le lezioni, scoprendo ciò che significa riappropriarsi di qualcosa che è tuo, ma non materialmente: è qualcosa che ti appartiene interiormente, nelle viscere. I maestri sono in gran parte anziani che son cresciuti utilizzando come lingua madre il kukama e che, adesso, condividono la loro conoscenza e saggezza con le generazioni più giovani.
La scuola ha ottenuto molti risultati ed è stato anche il ventre in cui è nato il successo di “Kumbarikira” , un video musicale di rivendicazione dell'uso della lingua kukama che, dalla sua pubblicazione nel luglio 2013 ha avuto numerosissime visualizzazioni non soltanto in Amazzonia, ma anche a livello nazionale e internazionale. Alcuni fra i più importanti programmi della televisione peruviana si son recati a Nauta per intervistare i protagonisti di questo successo, dietro cui si cela il duro lavoro della scuola Ikuari. Durante le lezioni di lingua kukama, infatti, è stato composto il testo della canzone e la sceneggiatura del video.
Ma l'esperienza della scuola Ikuari, nel mese di ottobre, è giunta a un punto (che si spera sia solo temporaneamente) finale. Le scarse risorse economiche che avevano permesso il finanziamento del programma di insegnamento, e in particolare i rimborsi per i maestri, non ci sono più e, dopo alcuni mesi in cui si è cercato di tirare avanti senza mezzi economici, la scuola ha (per il momento) chiuso i battenti e terminato la sua attività.
Per potersi dedicare all'insegnamento gli anziani avevano dovuto lasciare alcune delle loro attività quotidiane: c'è bisogno di tempo per la preparazione delle lezioni, e ciò comporta togliere ore al lavoro nei campi, alla pesca, a tutte quelle attività che fanno sì che ci sia di che sfamare la famiglia.
Tuttavia, è altrettanto chiaro che il prezzo che si pagherà con la chiusura della scuola sarà ancora più alto dell'umile compenso che i maestri ricevevano: la sparizione della lingua. Se non ci sono parlanti, gente che possiede le conoscenze adeguate per poter insegnare ai giovani, nel giro di pochissimo tempo il kukama non esisterà più. Ne rimarrà solo il ricordo.
Come si possono tenere in considerazione queste due esigenze così importanti? Per una persona che vede la situazione dall'esterno è difficile proporre una scala di priorità: entrambe sembrano fondamentali. La soluzione più giusta sarebbe quella di trovare un'Istituzione in grado di appoggiare economicamente la scuola e il problema sarebbe risolto. Ma spesso le istituzioni, chi per scarso interesse, chi per altrettanta mancanza di mezzi, non si occupano di queste faccende.
La risposta potrebbe trovarsi allora nelle stesse tradizioni delle comunità indigene: il lavoro comunitario, le mingas, la reciprocità. Si potrebbe ricompensare il lavoro di insegnamento non con un rimborso economico ma facendo sì che gli alunni e le loro famiglie aiutino i maestri nei loro lavori quotidiani. Si potrebbero addirittura organizzare delle lezioni da svolgersi direttamente nei campi, riportando il kukama ad essere la lingua della quotidianità.
Spero di cuore che questa interruzione dell'attività della Scuola Ikuari duri poco, che si possa riprendere presto con le lezioni e che si possa ritornare a insegnare ai Kukama la propria lingua, perché è necessario che ciò si faccia ORA. Non si può più aspettare ed è fondamentale che siano gli stessi kukama a prendere nelle proprie mani il destino della loro cultura.


giovedì 23 maggio 2013

24EFFEPIESSE: "Su Tempus Torrau"


Questo video non vuole dimostrare niente, vuole solo mostrare, ragionare sulla nostra percezione delle cose, sulla nostra posizione nel mondo... e sullo scorrere del tempo che tutto trasforma. Interroga e fa parlare la nostra gente. Parla della nostra memoria storica, parla dei nostri luoghi, li raccontano le persone, i ricordi, i gesti, i suoni, la musica, le risa, ciò che era e che non è, parlano di noi la polvere, le finestre chiuse di una casa abbandonata, gli intonaci scrostati. Parlano di noi i frammenti di pietra spezzati, la terra incolta, l'erba selvatica... un invito a riflettersi per riflettere, a trovare risposte in noi stessi e nella nostra memoria, un invito all'agire contro l'apatia e la rassegnazione. Partecipare... per esserci e insieme creare un futuro. Perché su tempus est torrau...

Sono un appassionato di documentari (a periodi trattasi di patologia), e una delle ragioni principali di questa mia mania è semplice: penso non ci sia mezzo migliore per raccontare, spiegare, esprimere un concetto o una storia. Stai seduto comodamente in poltrona con il tuo portatile, senza muovere un dito e alla fine del documentario, se il regista ha fatto bene il suo lavoro, scopri la soddisfazione del sapere.
Le righe con cui ho aperto questo articolo sono l’input di uno dei lavori di cui parlo sopra: sono infatti state scritte a nome dell'Associazione di Promozione Sociale “Qedora”, che il 4 e 5 maggio ha presentato un lavoro portato a termine dalla sapiente mano del talentuoso Federico Rescaldani, Roberto Spanu e dalla presidentessa di “Qedora” Daniela Inconis.
Su Tempus Torrau”, è un documentario che fa rivivere emozioni di sessant'anni fa ai più anziani e stuzzica la curiosità dei più giovani. In venti minuti di interviste, accompagnate dalla sognante chitarra di Marco Meloni, lo spettatore rivive le strade e gli spazi di San Gavino Monreale come li vedevano i nostri nonni, facendo scattare un meccanismo nella testa dell'ascoltare che porta a una fusione tra passato e presente.
Pur non essendo sangavinese sono riuscito ad apprezzare tantissimo il modo in cui Federico, Roberto e Daniela hanno ridato vita ai ricordi. La scelta di un montaggio rilassato, le interviste mai noiose e sempre interessanti elevano questo lavoro a qualcosa di più di un lavoretto paesano destinato a una circolazione ristretta ai parenti. 

L'Associazione “Qedora” (Il nome QEDORA nasce dalla contrazione di QUI E ORA) è composta da un gruppo di persone che hanno come obiettivo la riscoperta del passato e di tutti quegli usi e costumi che col tempo rischiamo di perdere. Per far si che questo non accada l'associazione sta promuovendo dei laboratori come quello di cestineria iniziato a marzo presso il centro “Anziani Sempre Giovani”. Per non fare torto a nessuna delle tante attività di “Qedora”, vi rimando al sito www.qedora.it dove potrete trovare tutte le informazioni che desiderate.
Se invece volete rifarvi gli occhi con i lavori di Federico Rescaldani questi sono gli indirizzi dove potete trovarli: Canale Youtube e il Canale Vimeo . Ve li consiglio vivamente perché il ragazzo ha talento e farà strada!
Come ultimo saluto non potevo non linkarvi l'oggetto di questo mio articolo: è con vero piacere che vi presento “Su Tempus Torrau”:














giovedì 4 aprile 2013

Babele/24effepiesse: The war on democracy


Hugo Chávez è morto da qualche giorno; nel momento in cui scrivo questo articolo è ancora in corso il suo funerale a Caracas. In questi giorni navigando su Internet ho letto tanti articoli che ricordavano questo peculiare personaggio del panorama Latino-americano e del mondo intero. Ho letto anche commenti di persone che lo rimpiangono ma che votano PD, e gente che ne festeggia la morte stigmatizzandolo come se fosse il diavolo in persona.
Ho anche notato che alcuni hanno pubblicato un documentario “The War on Democracy”, che ha attirato la mia attenzione e che ho prontamente visto.
Il documentario, opera del giornalista australiano John Pilger, esprime già dal titolo l'essenza del suo contenuto: la critica alla politica imperialista statunitense dal secondo dopoguerra a oggi. In effetti il titolo è un richiamo piuttosto esplicito allo slogan utilizzato negli ultimi anni dal governo nordamericano per giustificare le sue azioni di politica estera: la presunta “guerra al terrorismo”.
La locandina del film
Ci si occupa, in questo caso, di quella porzione del mondo che è stata definita come “cortile di casa” degli USA, ossia l'America Latina.
Il documentario, realizzato nel 2007, ha come asse centrale proprio la figura di Hugo Chávez, del quale viene narrata l'ascesa al potere nel 1999 e sottolineata l'attenzione verso le classi più povere della popolazione: i provvedimenti volti al miglioramento delle condizioni sanitarie e dell'istruzione si unirono infatti alla cacciata delle imprese straniere che fino ad allora detenevano il controllo sulle importantissime risorse petrolifere venezuelane. Questa statalizzazione dell'estrazione petrolifera non fu ovviamente vista positivamente dal governo statunitense, ma non solo: anche all'interno del Paese l'opposizione al governo di Chávez si fece pesante, in particolare nei settori agiati della popolazione, detentori della maggior parte delle televisioni e dei mezzi di comunicazione, che iniziarono così una forte campagna volta alla criminalizzazione del presidente (sia all'interno del Paese, sia in Occidente).
Viene poi narrato il tentativo di Colpo di Stato del 2002, che portò al sequestro di Chávez per alcuni giorni, fino a quando la popolazione si riversò numerosissima per le strade e accerchiò il palazzo di Miraflores, sede del governo, chiedendone la liberazione. È questo per Chávez il momento cruciale della sua traiettoria politica: in un'intervista rilasciata allo stesso autore del documentario, dichiara che dopo gli avvenimenti di quei giorni, ciò che gli rimase fu semplicemente la volontà di dedicare quello che gli sarebbe restato da vivere a quel popolo, soprattutto ai più poveri.
Il regista, John Pilger, con Hugo Chavez
La mano statunitense nell'organizzazione del golpe ai danni di Chávez, seppur negata più volte, risulta evidente dal comportamento tenuto dai politici nordamericani ma soprattutto da alcuni documenti della CIA che vengono citati puntualmente da Pilger. E del resto, come sottolineato magistralmente nel documentario, questo non fu che uno degli ultimi atti della politica imperialista statunitense nei confronti degli stati latino-americani. Iniziando dal 1950 in Guatemala e continuando nel corso dei decenni in praticamente tutti i paesi sudamericani, la politica estera statunitense, dietro presunte questioni di sicurezza nazionale (la famigerata “minaccia comunista”), ha agito fondamentalmente su un solo binario: quello della deposizione di governi “non allineati” attraverso l'appoggio (più o meno esplicito) a colpi di stato militari. Questi, nella stragrande maggioranza violentissimi, hanno portato solitamente alla sostituzione di governi democraticamente eletti con personaggi vicini agli Stati Uniti. Il caso forse più tristemente eclatante e conosciuto è rappresentato dal golpe cileno del 1973, che portò alla morte del presidente Salvador Allende e alla presa di potere del generale Augusto Pinochet. Gli anni della dittatura fascista di Pinochet hanno gettato le basi per una profonda trasformazione del Paese andino per quanto riguarda l'economia: il Cile rappresenta infatti uno di quegli “esperimenti sociali” che, sulla base delle teorie liberiste di Milton Friedman e attraverso privatizzazioni selvagge, hanno acuito le differenze sociali, portando al consolidamento di una minoranza ricchissima e di un enorme settore della popolazione che si ritrova in condizioni di indigenza.
Le situazioni di Guatemala, Cile, Bolivia, El Salvador, Nicaragua, Venezuela sono solo alcuni degli esempi che il documentario di John Pilger descrive per mettere in luce come gli interessi economico-politici statunitensi abbiano messo in gioco la vita di migliaia di persone su tutto il suolo latino-americano. Ma la cosa più indignante è senza dubbio l'arroganza e la strafottenza con la quale tutte queste violenze siano costantemente negate: ne dà un esempio Duane Clarridge, capo della CIA per l'America Latina tra il 1981-84, che non esita a definire le accuse delle organizzazioni per i diritti umani (Amnesty International fra tutti) come “bullshit”, stronzate.
The war on democracy” è un documentario consigliatissimo, che affronta delle tematiche scomode e allo stesso tempo lancia un messaggio di speranza per il cambiamento. Si trova su Vimeo a questo indirizzo, in inglese con sottotitoli in inglese (se non siete espertissimi non lasciatevi spaventare, con i sottotitoli è comprensibile!).
Buona visione a tutti!








martedì 12 marzo 2013

Babele: Arrexini - Portale di informazione dai territori in movimento







Il 27 febbraio 2013 ha fatto il suo esordio nel vasto panorama dell’informazione sarda on-line un nuovo portale: “Arrexini. Portale d’informazione dei territori in   movimento”(www.arrexini.info). Il portale è stato pensato e costruito sia per offrire quotidianamente le notizie principali provenienti dalla società e dai territori della Sardegna, sia per contenere una serie d’interventi di natura più strettamente culturale. Accanto alla sezione dedicata alle news, dunque, abbiamo altre cinque sezioni:
-La categoria “Territori”, in cui si darà voce e spazio ai soggetti e gruppi che giornalmente sono colpiti dai processi economici e politici che investono la società e il territorio sardo;
-La categoria “Identità”, con cui s’intende, invece, realizzare una serie di interventi incentrati sulla storia, la lingua e il patrimonio archeologico sardo;
-La categoria “Tifo e Dintorni”, una rubrica dedicata al mondo del tifo inteso come fenomeno sociale, culturale e sub-culturale;
-La categoria “Suoni e visioni”, che sarà invece la rubrica dedicata al cinema, alla letteratura, alla musica e al teatro, con particolare attenzione al mondo della produzione artistica isolana;
-La categoria “Focus”, che raccoglierà approfondimenti di varia natura creati direttamente dalla redazione o provenienti dalla rete.
Le prima pagina del portale, inoltre, ospiterà anche una colonna media che comprende video, foto, file audio e vignette.

Concludiamo augurandovi una buona lettura alla scoperta di questo nuovo portale d’informazione sarda.


lunedì 2 luglio 2012

BABELE: Rio Irvi


Oggi vi voglio parlare di un problema che da anni attanaglia il litorale arburese, e, in particolare, la spiaggia e il territorio di Piscinas. Sto parlando delle acque rosse che dalle miniere di Ingurtosu e Montevecchio si riversano sino al mare della Costa Verde e nelle quali , con mio grande stupore, nel corso di questi anni, ho da sempre visto turisti bagnarsi e restare “affascinati” dal colore.

Basta documentarsi giusto un poco per scoprire che dal pozzo Fais escono 50 litri al secondo di acqua torbida ma ne vengono depurati solo 15! L'opera fu realizzata dalla vecchia Provincia di Cagliari; nel 2007 l'incarico passò alla neonata Provincia del Medio Campidano e successivamente all'Igea. È di due milioni di euro la cifra sprecata per le bonifiche: un depuratore milionario, piccolo e inadeguato, che non impedisce ai metalli pesanti di finire sulla spiaggia di Piscinas. Lo stato delle acque del rio Irvi, che scorre in località Casargiu, tra le miniere di Montevecchio e Ingurtosu, è dunque preoccupante.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: dal pozzo Fais sino al mare della Costa Verde scorre un corso d'acqua torbida sopra un letto di fango rosso acceso, che, seminando intorno melma e residui vari, risulta essere una minaccia non solo per la vegetazione circostante ma soprattutto per le colonie di cervi e cinghiali che abitano questo territorio. In attesa che chi di competenza si mobiliti per fermare questo scempio ambientale, ciò che possiamo semplicemente fare è mettere in guardia i turisti relativamente ai rischi che corrono bagnandosi nelle acque del fiume: funghi, infezioni delle pelle, sfoghi, dermatiti, disidratazione, abrasioni.
Sperando che nel tempo la bianca sabbia e lo spettacolare paesaggio della spiaggia di Piscinas non cambi colore a causa delle acque rosse riversate sull’arena.

 

mercoledì 16 maggio 2012

BABELE: SIAE: ignoranza e luoghi comuni


Non sei iscritto alla SIAE? E come li proteggi i tuoi pezzi? Ma allora non hai intenzioni serie? Non ci vuoi guadagnare? E come fai a suonare in giro? Tutti i gruppi devono iscriversi!

Ci sono davvero troppi luoghi comuni sulla SIAE, troppa ignoranza. L'intento di questo articolo è cercare di sfatare quelle credenze che girano soprattutto nell'ambiente musicale riguardanti la Società Italiana degli Autori ed Editori.
Per carenze personali questo articolo sarà incentrato maggiormente sul mondo della musica.
La SIAE fa parte della nostra società, è inutile negarlo ed è ancora più inutile ignorarlo. Sta a voi musicisti, scrittori eccetera decidere se averne a che fare il meno possibile o se il suo ruolo è per voi legittimo e condivisibile.

mercoledì 2 maggio 2012

BABELE: Capitalismo Neoliberista tra Giappone e Occidente

Capitalismo Neoliberista tra Giappone e Occidente


INDICE


Introduzione


1. Fordismo e Toyotismo
1.1. Neoliberismo ed Economia dello Shock
1.2. E in Giappone?


2. A scuola dal Giappone


Conclusioni


Bibliografia




Introduzione


La convergenza sempre più marcata in materia economica e culturale tra i vari Paesi del Mondo, chiamata Globalizzazione, ha le sue radici nell'imperialismo dei secoli passati, ma solo dalla fine del XX secolo è possibile individuare in maniera intellegibile questo fenomeno.
È nel 1945, con i bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki, la resa incondizionata Giapponese e la fine della Seconda Guerra Mondiale, che si apre una nuova Era politica economica e culturale tra gli Stati Uniti e il Paese del Sol Levante. Dopo l'olocausto atomico, il Giappone, sconfitto e umiliato si affidò alla guida del suo ex nemico: gli USA diventarono un modello.
Come ogni rapporto, anche quello tra queste due grandi potenze, anche se non paritario, ha lasciato e continua a lasciare tracce indelebili nella fisionomia di entrambi i protagonisti.
Partendo dalla teorizzazione e messa in pratica del toyotismo in Giappone, poi ripresa dagli americani e rielaborata con il nome di learn production (1), vedremo come i due Paesi abbiano sviluppato un sistema capitalista che ha forti punti di contatto soprattutto nella dottrina della Scuola di Chicago (2).
Ma i tentacoli della Globalizzazione si estendono ben più in là della sola sfera economica, infatti, vedremo come nel mondo della Cultura e più nello specifico dell'istruzione ci siano delle relazioni sempre più evidenti tra il sistema Giapponese e quello Occidentale.
Un progetto globale di omologazione che cerca e sembra trovare la via migliore di governo e sfruttamento dei Popoli di tutto il Mondo.
“La globalizzazione non è un fenomeno naturale, ma un fenomeno politico concepito per raggiungere obiettivi ben precisi.”(3)


venerdì 30 marzo 2012

BABELE: Le due facce del Galsi

Il progetto Galsi, nato in seguito all'accordo intergovernativo Italia-Algeria stipulato nel 2001, è finanziato dagli azionisti, Sonatrach, Edison, Enel, Sfirs e Gruppo Hera. Al progetto collabora anche Snam Rete Gas (società dell’Eni) che diverrà proprietario, si occuperà della realizzazione, della gestione, e sarà operatore del tratto italiano del gasdotto, a partire dall'approdo sud a Porto Botte in Sardegna fino a Piombino. Il progetto, che oltre a numerosi comuni della Sardegna e a diverse province coinvolge anche la regione Toscana e il Ministero dell'Ambiente, consiste nella realizzazione di un gasdotto per l'importazione di gas algerino in Italia attraverso la Sardegna, attualmente non fornita dalla rete nazionale: millecinquecento chilometri di tubature uniranno l'Algeria alla Toscana, passando dal Sulcis e dalla Gallura.

Al momento Galsi non ha sedi operative in Sardegna; la sede operativa e la sede legale si trovano a Milano. Per il sistema energetico italiano, il gasdotto Galsi, con una capacità di 8 miliardi di metri cubi di gas (pari a circa il 10% dell’attuale fabbisogno nazionale), rappresenterà una rotta alternativa per il gas algerino, contribuendo a migliorare significativamente la sicurezza di approvvigionamento energetico nazionale. Galsi sarà solamente una società di trasporto del gas e non si occuperà della sua commercializzazione; saranno gli azionisti Galsi, grazie ai contratti siglati con Sonatrach, che commercializzeranno ognuno la quota di gas che si sono assicurati.
Il 18.08.2008 il Ministero dello Sviluppo Economico ha aggiornato la Rete Nazionale Gasdotti inserendo il Galsi come nuova infrastruttura in fase di realizzazione.
Il 25.07.2011 il Ministero dello Sviluppo Economico ha avviato il procedimento per l'autorizzazione alla costruzione dell'infrastruttura.

lunedì 26 marzo 2012

Blog nuovo, vita nuova

Due righe per spiegare questo nuovo progetto Kenemèri.
Dopo Agitòriu (aperiodico di cultura differenziata), volevamo fare una rivista. Una rivista che parlasse di tutti ciò che ci sta a cuore. Ma. Tanti ma. Prima di tutto i costi, poi la distribuzione, poi i tempi, poi...
Così abbiamo deciso di dare voce ad un blog non utilizzato a pieno.
Che la costanza ci accompagni per tutto il tempo necessario. Buona lettura.
A.C.K.