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sabato 8 marzo 2014

UOLCMEN: Playlist #10: Coriandoli, stelle filanti e accette!

Il Carnevale di Arlecchino di Joan Mirò
Il blog è tornato, e con lui anche le Playlist, siamo arrivati a quota 10, un grande traguardo che festeggiamo a suon di musica carnevalesca. Questa nuova playlist è divisa in due parti: una con le canzoni a tema e l'altra con le solite canzoni random di cui vedo solo io il collegamento col tema principale. La parte a tema è costruita interamente sulla colonna sonora del "carnevale sangavinese", che non è solo un evento mondano, è parte integrante della nostra vita. Non solo noi che siamo nati e cresciuti a San Gavino Monreale (anche se ho il sospetto che la musica dei carri sia più o meno la stessa in tutta Italia) ma anche molte persone del Medio Campidano, abbiamo un legame fortissimo con certe canzoni che vengono sputate fuori a rotazione dai carri allegorici.
Parte1. Abbiamo una carrellata di 5 canzoni tipiche del carnevale, che un po' ci potranno rendere nostalgici. Santa Esmeralda con "Don't let me be Misunderstood" ha fatto sicuramente da colonna sonora alle prime sfranellate, alle prime sbronze apocalittiche e ai balli sfrenati in puro stile disco anni '70. Imprescindibile. Una canzone un po' più specifica è "Cannabis" degli Ska-P, che nel nostro carnevale è una costante più fissa del pi-greco, che si lega in maniera imprescindibile all'inno scozzese. Insomma, i miei compaesani avranno capito che mi riferisco a qualcosa in particolare, per tutti gli altri invece le consiglio come carica prima delle sfilate o delle feste. Funzionano. La tranche finale della prima parte è parecchio scontata ma indispensabile. Se volete davvero divertirvi alle feste, non potete non ballare "Meu Amigo Charlie Brown", "Cacao Meravigliao" e "La Bamba". Il carnevale ha una colonna sonora tipica, fissa, che aspetta ogni anno di essere tirata fuori dal cassetto e vestita a festa, per essere protagonista della catarsi collettiva.


foto da sangavinomonreale.net

Parte 2. Ora la mia parte preferita, quella che non ha niente a che vedere col carnevale tradizionale, quella un po' tirata su a forza, quella che è solo una scusa per parlare di gruppi che mi piacciono. Questa parte di Playlist ha un ruolo purificatore nella mia vita. Mi spiego meglio. Ho sempre partecipato al Carnevale, sempre, ma odio la musica che viene diffusa per questa festa, per cui ogni anno durante la vestizione mi sparo una colonna sonora che mi tenga purificata prima di immergermi nel mainstream e di sentirmi addirittura parte di esso. Anche qui ho scelto cinque canzoni rappresentative. La prima è l'unica "a tema" che ascolto, ma solo per il titolo "Carnival Bizarre" dei Cathedral, alfieri del Doom vecchia scuola, un po' di lentezza prima della bolgia infernale. Proseguo con due canzoni che di carnevalesco\circense hanno la struttura un po' particolare, sono "Carousel" dei Mr. Bungle e "The Chaos Path" degli Arcturus, diversissimi tra loro ma entrambi intricati e galvanizzanti. Voglio chiudere col Carnevale visivo di due gruppi, emule il primo e originale il secondo, che fanno della maschera la proprio prerogativa: Lordi e Gwar. Premettendo che gli alfieri sono i Gwar, c'è da dire che Lordi hanno imparato bene la lezione rendeno la proposta più leggera e ammiccante. Ho scelto "Hard Rock Hallelujah" per Lordi e la cover (spettacolare) di "Carry on Waywardson" dei Kansas eseguita magistralmente dai Gwar. Bene, ora siete pronti per le ultime sfilate di quest'anno. Buon divertimento.





martedì 4 febbraio 2014

UOLCMEN: Vicini per chilometri, vicini per stagioni...

Foto di Marco Sanna
Da tempo aspettavo questo momento e ora che è passato mi sembra di aver fatto un sogno ambientato nel passato, circa quindici anni fa. Ma non era un sogno, era reale, a colori.
Gli “ex” (non voglio chiamarli così e andando avanti nella lettura capirete perché) C.S.I. hanno calcato un palco in terra sarda regalandoci circa due ore di puro godimento.
Il concerto ha preso vita in una struttura magica, l'ex Zuccherificio di Oristano, rimasto inutilizzato per parecchio tempo e riportato in vita per un evento unico. La location è perfetta, una struttura post industriale adatta al contesto, quasi una macchina del tempo dal gusto eighties che a ogni angolo ci ricorda da dove veniamo.
Il clima è teso e le aspettative sono tante, i musicisti si fanno attendere e nel frattempo il freddo si insinua nelle ossa. Quando arriva il momento tutto si ferma e un senso di calore spazza via il freddo.
Maroccolo, Zamboni, Canali, Filippi e Baraldi (grande assente Magnelli per infortunio) accendono la sala sin dalle prime note e si presentano da subito come un organico forte e affiatato.
Si parte con l'artiglieria pesante “A Tratti”, “Forma e Sostanza” e “In Viaggio”. Mi guardo attorno e vedo già le prime lacrime scendere nei volti di chi, come me, probabilmente li aspettava da molti anni. L'emozione è tangibile sia sul palco che sotto il palco.
Foto di Marco Sanna
I musicisti storici confermano tutte le aspettative, Canali è una furia e Maroccolo si conferma un musicista incredibile. La sorpresa, per quanto mi riguarda, è la Baraldi. La sua voce non è solo adatta alla proposta musicale, ma è di una bellezza rara, profonda e sul palco si sa muovere, è magnetica e affascinante: una bella sorpresa in un contesto già carico di emozioni.
Un momento molto toccante è stata la cover di “La Realtà non Esiste” di Claudio Rocchi, recentemente scomparso, un grande musicista italiano a cui è stato reso un bell'omaggio scandito dalla voce di Zamboni.
La cosa più scioccante del live è il fatto che non vi sia alcun senso di nostalgia. Certo, tutti sentiamo la mancanza della formazione originale (Ferretti e Ginevra non si dimenticano) ma qua abbiamo molto di più tra le mani. Ciò che ha fatto a storia dei C.S.I. e dei C.C.C.P. è preso e rivisitato ad hoc per l'occasione e il risultato è assolutamente riuscito. I musicisti ci danno dentro e portano avanti un concentrato di energia musicale, quasi senza fermarsi. La scaletta è scelta con maestria per infiammare anche gli animi più miti, così si susseguono momenti soft con “Del Mondo”, “Linea Gotica”, “Depressione Caspica” a momenti di puro delirio con “Maciste contro Tutti”, “M'importa 'na Sega” e la tranche dedicata ai C.C.C.P. (“Io sto Bene”, “Curami”, “Spara Jurij” ed “Emilia Paranoica” l'una di seguito all'altra). Ogni canzone porta con sé dei ricordi ma anche una nuova veste, così sino alla fine restiamo sospesi in una quasi perfetta comunione tra musicisti e pubblico.
Il tempo sembra essersi fermato in queste due ore e alla fine con “Irata” e “ Cupe Vampe”, che chiudono la serata, abbiamo una sensazione di pienezza difficilmente spiegabile; c'è stato un pezzo per tutti i gusti: lenti, ipnotici, energici da pogo, evocativi, movimentati.
L'atmosfera non accenna a cambiare neanche a concerto concluso e il pubblico si intrattiene nell'enorme struttura per continuare a sognare e a parlarne.
L'Associazione Culturale D'altra Parte ha svolto un lavoro eccellente organizzando questo splendido concerto e il risultato ha superato le premesse, dando, in fondo, anche una piccola speranza per la ripresa delle proposte live in Sardegna.
Foto di Marco Sanna
Non doveva accadere, ma è accaduto. E speriamo che il domani ci riservi delle altre sorprese di questo livello artistico e organizzativo.

Una ripresa amatoriale di "Irata":

martedì 4 giugno 2013

UOLCMEN: Recensione Black Sabbath "13"

Oggi 4 Giugno 2013 è una data storica, dopo 18 anni arriva (per ora solo in streaming) il nuovo album in studio dei Black Sabbath: "13". Probabilmente nessuno ci credeva veramente, io per prima, ma i nostri "vecchietti" preferiti ci hanno stupiti con un poderoso nuovo album di metallo colante!
Già da stamane ho letto in giro per il web i primi giudizi e per ora si dividono in due macrocategorie: chi li ha stroncati e chi ha gridato al miracolo. Le stroncature arrivano quasi tutte dai soliti critici-pseudointellettuali-radical-metal-chic che passano il loro tempo a farsi le pippe ascoltando i Dillinger Escape Plan ( che per la cronaca piacciono anche a me); il miracolo invece è stato invocato più o meno dai soliti vecchiardi nostalgici che pensano di vivere ancora negli anni '70\'80. Non prendetemi per snob, anche perché penso di appartenere un po' ad entrambe le categorie. Ma quindi vi chiederete, la verità sta nel mezzo? Si e no, in realtà io sono ancora in un brodo di giuggiole metalliche, ma dovete capirmi: è il mio gruppo preferito di sempre!
Vado subito al sodo, l'ho già sentito parecchie volte, ed è assolutamente una bomba. Nessuna via di mezzo, dopo 43 anni di carriera i Sabs sono ancora capaci di scrivere la Storia, e lo fanno fottutamente bene, anche se con un certo autoreferenzialismo, che oggettivamente si possono permettere.

L'album in questione non è un capolavoro, sia chiaro, ma è un atto d'amore per il mondo della Musica e per i fans, perché ciò che si può trovare al suo interno non è altro che un'accozzaglia di riff dal sapore nostalgico e tenuti insieme da una perfetta base ritmica ricamata sulla voce più statica e riconoscibile di sempre. Il capolavoro reale è riuscire dopo tutti questi anni a emozionare con queste componenti che ormai da tempo non sono più originali e innovative. Presumo che una buona parte di noi abbia almeno un momento significativo della propria vita legato a una canzone dei Sabs, deve essere così per forza, anche se non vi piacciono conoscete "Paranoid" e "Iron Man", e scommetto anche che dopo aver letto questi titoli vi state canticchiando in testa i memorabili riff di queste piccole perle. Penso sia inevitabile, i Black Sabbath sono parte della memoria storica di ognuno di noi.
Detto questo, il mio giudizio non si basa esclusivamente sui sentimenti ( ho fatto a tempo a vedere l'uscita di altri 3 loro album, per cui l'elemento sorpresa è affievolito) ma sulla qualità; fondamentalmente è l'album migliore che potessero sfornare con questa formazione e in questo momento storico. Al suo interno c'è tutto: emozione, violenza, doom, sentimento, richiami al passato, vita e metallo.
L'album si apre con "End of Beginning" ( il titolo è già un programma) e il primo riff ci fa entrare subito nel mood dell'album facendo tornare i più nostalgici di noi alle sonorità del mitico omonimo album del 1970. L'incedere è lento, emozionante, carico di pathos. Ozzy ci mette del suo dando vita ad un'ottima performance, come non si sentiva da anni. La forma-canzone è classicamente sabbathiana: lento, intermezzo veloce e melodicissimo, assolo con un groove de' paura, nuovamente lento e via così per 8 minuti buoni. Segue il singolo "God is Dead?" che si presenta con un arpeggio mnemonicamente ineccepibile, la linea vocale si presenta ottimamente confezionata, il ritmo rimane sui binari e il ritornello si marchia a fuoco in maniera istantanea nella nostra mente. La canzone in sé è buona, ma non la migliore.

Belli photoshoppati!
La terza traccia è "Loner" e se prestate attenzione al riff portante non potrete non pensare a "N.I.B.", questo è il primo richiamo alla precedente produzione che ho scovato con questi ascolti preliminari (non li ho scritti tutti perché sono innumerevoli). Inutile dire che il ritmo è trascinante e perfetto nella sua semplicità, una canzone senza dubbio riuscita. Andando avanti prende vita la ballad di questo "13", ovvero "Zeitgeist", dal sapore retrò e mi ricorda parecchio "Planet Caravan", procede lenta e con degli arpeggi eterei e sofisticati.
La canzone che segue è, per ora, una di quelle che mi sono piaciute di più: "Age of Reason". Basso e batteria giocano su un midtempos perfetto e Tony Iommi ci regala una linea chitarristica splendida, Ozzy risulta pure grintoso. Tra le toptrack dell'album.
"Live Forever" e "Damaged Soul" proseguono bene il discorso delle canzoni precedenti con un mix strumentale magistrale e una buona media di suoni azzeccati. La seconda ha dei tratti che mi ricordano vagamente quella "The Wizard" che tuttora rimane una delle canzoni più belle dell'Universo ( perdonate il trasporto, ma ci vuole!).
L'album si chiude in maniera perfetta con "Dear Father", a mio parere, la canzone più bella di tutto "13": bel riff, bella linea vocale a tratti graffiata, il basso di Geezer è assassino e Tony si cimenta addirittura in ottimi armonici. Ma proprio alla fine c'è una sorpresa per tutti i fan: l'intro di "Black Sabbath", quasi a ribadire che questo sarà probabilmente il testamento della band.
La prima volta che ho completato l'ascolto mi sono seriamente emozionata ( veramente anche la seconda e la terza volta) per molteplici motivi, ma uno dei principali sono questi suoni: non riesco a scinderli dalla mia infanzia, non posso, quindi la nostalgia e il ricordo hanno giocato un ruolo essenziale nella formazione del mio giudizio.
Tirando le somme posso dire senza timore che "13" è un album splendido, che i Sabs sono in forma artisticamente parlando, ci hanno consegnato un album che sembra quasi voler ricordare al mondo chi sono i veri re del Metal, e noi dovremmo essere tutti ben disposti a riconsegnare lo scettro a chi ne detiene i diritti.

lunedì 6 maggio 2013

UOLCMEN: Playlist #9- Pizza, sole e nero metallo!

Rischiamo un po'. L'argomento scelto per questa Playlist non è sicuramente dei più popolari, ma dal momento che io sono una grande appassionata del caro metallo italico, ho deciso di dedicargli una playlist allungata ( ben 15 brani ), con all'interno, come al solito, ciò che più mi piace.
Ho abbandonato l'iniziale idea di fare un viaggio nella storia del metal italiano, perché troppo complicata e sopratutto perché essendo giovane ho parecchi buchi nella conoscenza della materia ( Wikipedia in campo musicale non fa per me! ). Per questi motivi ho scelto solo ciò che mi garba, senza classifiche né scaletta di sorta; ho anche evitato volutamente quella parte del genere che ha fatto più successo, come i Raphsody ( che mi fanno deliberatamente defecare ) o i Lacuna Coil ( che ho smesso di seguire dopo “Comalies” sia su album che live ).
Per iniziare ho deciso di puntare sulla valenza storica, ragion per cui ad aprire le danze è il gruppo secondo me più rappresentativo di un certo modo di fare metal in Italia, molto oscuro ed esoterico. Loro sono i Death SS e la canzone che ho scelto è la mia preferita in assoluto, tratta da “Heavy Demons” del 1991, “Baphomet”.
Proseguo con un gruppo che all'estero ci invidiano parecchio, i Novembre. Magari qua in patria non hanno un gran seguito, ma propongono un certo mix di doom\gothic\progressive che fuori dal territorio italiano va alla grande (vedi Katatonia e compagnia varia). La canzone che ho scelto è “Anaemia”.
Le prossime tre canzoni sono tutte legate ad un periodo della mia vita, più o meno alla fine degli anni '90, in cui ero perennemente alla ricerca di suoni più estremi e sperimentali possibili. Ho trovato questi requisiti in tre gruppi italiani, che tuttora rimangono tra i migliori partoriti dalla scena.
Gli Opera IX, mio feticcio Black Metal nostrano con la bellissima e lunghissima “Al Azif” tratta dal masterpiece “The Call of the Wood”. I Sadist della prima ora, quelli che sperimentavano unendo puro estremismo, tecnica e musica tribale, con risultati eccellenti. Ho scelto la title track del loro album che ho amato di più: “Tribe”. Dopo Biella e Genova scendiamo ora in Sicilia da una band realmente di culto, che ha creato tantissimo rumore attorno a sé già dai primi demo: loro sono gli Inchiuvatu e la canzone è “Addisiu”, dall'album omonimo. Ho avuto la fortuna di vederli dal vivo qualche anno fa e propongono uno spettacolo realmente terrificante ed emozionante grazie al loro Black Metal folk\dialettale quasi fiabesco.
Proseguo con un gruppo parecchio controverso ( molti li accusavano di seguire, dopo il primo album, ogni trend che prendeva il metal in quei particolari periodi storici ) ma sicuramente il più rappresentativo del metal italico dagli anni '90 in poi, gli Extrema, eccellenti esecutori in sede live. Ho scelto il loro cavallo di battaglia “Child o' Boogaow”.
Segue un altro trittico di canzoni, che probabilmente piacciono solo a me ma la playlist è mia, per cui...
La prima è “Portraits” degli Evol, gruppo che adoro e che continuo tuttora ad ascoltare. La seconda è “Second Inhuman Coming” dei Braindamage, forse la band più sottovalutata del metal tricolore. La terza è “Three Water” di Paul Chian, artista di culto del Doom mondiale, che ha iniziato la sua carriera nei Death SS per poi proseguire da solista accompagnandosi a eccellenze del calibro di Lee Dorrian (cantante e Deus ex Machina dei Cathedral, nonché ex Napalm Death ) e infine approdato a fare musica molto lontana da quella che l'ha consacrato.
Ho sentito anche il bisogno di inserire due proposte un po' più recenti, quindi ho scelto i Fleshgod Apocalypse, con “The Violation” perché è ciò che più si avvicina a un pugno nello stomaco ben assestato, e gli In Tormentata Quiete, fautori di un “Black” talmente sperimentale da mettermi seriamente in difficoltà con le definizioni. La canzone che ho scelto è “L'alchimista” e vi consiglio di ascoltarla sino alla fine, non ne resterete delusi.
Ma torniamo ai “vecchietti” con i Necrodeath, vera macchina da guerra in sede live, con la bella “Mater Tenebrarum”.
Allontanandoci dai lidi più estremi mi sento di inserire a pieno diritto un gruppo giovine e che in questo momento è realmente un'eccellenza invidiatissima dal resto del mondo, ovvero gli Ufomammut, band da “viaggio” ( non in macchina eheheh! ) che finora non ha sbagliato un solo colpo divenendo dei veri e propri sciamani della psichedelica. Ho scelto per voi la nuovissima “Infernatural”.
Restando sul versante sperimentale, nel quale si collocano a pieno diritto i Thee Maldoror Kollective, vi propongo una canzone allucinante e allucinata “Xaos DNA Released”. Sinceramente non ho memoria del come sono venuta a conoscenza di questa proposta torinese, ma questa è solo l'età che avanza!
Per concludere ( un po' lunghetta questa playlist! ) inserisco la cara Cadaveria, ex singer degli Opera IX e impeccabile front woman in sede live. Devo essere sincera, in linea generale lei e la sua band non mi esaltano particolarmente (nonostante la presenza di Flegias alla batteria, cantante dei Necrodeath ed ex batterista degli Opera IX ), ma li ho scelti perché hanno un buon seguito e dal vivo sono incredibilmente coinvolgenti. Inoltre “Spell” è sicuramente una delle canzoni più interessanti uscite negli ultimi anni.
La playlist è finita, andate in pace... no, scherzo, prima di chiudere vorrei farvi sapere che sono rimasti fuori gruppi che meritano parecchio ( qualche nome in ordine sparso: Malnàtt, Doomsword, Disarmonia Mundi, Forgotten Tomb, Movimento d'Avanguardia Ermetico, Necromass, Ephel Duath, La Caruta de li Dei, Strana Officina ecc.), ma ho scelto quelli che dal mio punto di vista erano più adatti a formare una playlist sia omogenea che varia nelle sonorità.
Quindi, viva il metal nostrano!
Se sia sottovalutato o sopravvalutato decidetelo voi, io lo ascolto, lo sostengo e ve lo consiglio.
Alla prossima!




lunedì 22 aprile 2013

UOLCMEN: Recensione Whiu Whiu!!


Ci riprovo con la recensione di un altro disco. Stavolta tocca all'opera prima di un gruppo di giovani sardi provenienti dal Mandrolisai (precisamente da Meana, Tonara e Sorgono) e che per ragioni di studio o lavoro risiedono in pianta stabile a Cagliari. Sto parlando dei Whiu Whiu!! (da pronunciare con un fischio), che prestissimo potremo ascoltare anche su REK, la nuovissima Radio dei nostri Kenemèri, nel programma GangBand.
A gennaio del 2012 realizzano il loro primo lavoro, un EP composto da sei brani più una “Ghost song” strumentale che chiude il disco. Se li avete visti dal vivo e vi è piaciuta la loro potenza sonora, ritroverete in questo EP la stessa carica e passione. I sei pezzi sono azzeccatissimi: veloci, potenti, ben costruiti e ben suonati. Le chitarre pungenti di Daniele Mereu e Alessandro Macis aggrediscono già dal primo pezzo, “L'abat-jour”, e ci portano in un retroterra musicale fatto di rock e punk di qualità, che dà vita a un mix di sonorità che sorpassa ampiamente la media di molti gruppi italiani (anche di quelli riconosciuti).
Il secondo pezzo “Per un'altra strada” personalmente è quello che meno mi piace del disco: rispetto al resto delle canzoni, a mio avviso, gli manca qualcosina: un ritmo un po' meno sostenuto e una linea melodica che mi ricorda qualcosa (non ho chiaro cosa sia) non me la fanno apprezzare al massimo. Ma, come vi dicevo, il disco ritorna su livelli ottimi già con “L'amò in due” introdotta dalla potentissima sezione ritmica di Gianni DeArca (batteria) e Massimiliano Macis (basso) e poi dalle taglientissime chitarre. Una storia d'amore, odio, violenza e passione raccontata dalla bella voce di Emanuele Pintus, che ai primi ascolti (anche della canzone successiva “Orticaria”) trovavo si ispirasse molto a Pierpaolo Capovilla del Teatro degli Orrori (con i quali tra l'altro la band ha condiviso il palco nell'estate 2012), ma che in realtà esplora tanti registri con disinvoltura e sicurezza invidiabili.
L'EP termina con i due pezzi che mi piacciono di più: “L'olimpiade”, brano in cui traspare l'amore e la critica verso il territorio d'origine di questi ragazzi, il centro Sardegna della Barbagia-Mandrolisai, e la schizofrenica “Una e neanche una”, retta dall'incalzare delle chitarre, un basso dal suono decisamente punk e un cantato che alterna parti urlate a parte recitate.
Per concludere, un riferimento immancabile a colui che ha curato registrazioni, mix e post-produzione dell'EP, Roberto “Gibe” DeArca, che ha decisamente fatto un gran bel lavoro. Il disco è senza dubbi un buonissimo prodotto (contando tra l'altro che si tratta del disco d'esordio), fatto di riff potenti e riuscitissimi, bei testi e bella voce, una sezione ritmica precisa e trascinante. Consigliatissimo! Purtroppo non esistono più esemplari “fisici” disponibili, ma il gruppo ha deciso di renderlo fruibile e condivisibile a questo link: www.mediafire.com/?j52ge3qltlj38os . Approfittatene!! E seguite il fischio!

Il video di "Una e neanche una":


lunedì 4 marzo 2013

UOLCMEN: BOGHES DE BAGAMUNDOS - "Percorrendo i lati di di un cerchio"



Se dovessi fare una sintesi estrema dell'ultimo disco dei Boghes de Bagamundos direi: ritmiche coinvolgenti e melodie orecchiabili. Ma così facendo tralascerei un sacco di altre cose che rendono questo disco un lavoro estremamente interessante.
I Boghes de Bagamundos sono un gruppo ormai storico del panorama della musica indipendente del sud Sardegna. Nati nel 1999 arrivano, dopo diversi anni di carriera alle spalle, alcuni EP e dischi completi, vari cambi di formazione, collaborazioni e sperimentazioni, fino alla pubblicazione online di “Percorrendo i lati di un cerchio”, ascoltabile a questo indirizzo.
La formazione attuale della band comprende il cantante e bassista Claudio Kalb, Simone Milia alle chitarre e al banjo, Marco Cabras alle chitarre, Max Viani al violino e Roberto Matzuzzi alla batteria, ma il disco recentemente pubblicato ha visto la collaborazione di diversi altri musicisti.
Ascoltando il disco si respira amore per due terre: la Sardegna e l'Irlanda. La passione per gruppi storici come Pogues o Dublin City Ramblers (tanto per citare i più famosi rappresentanti del post-folk celtico) strizza l'occhio agli italiani Modena City Ramblers e Ratti della Sabina, a cui si unisce la carica e l'attitudine punk dei Dropkick Murphys, creando delle melodie alle quali è difficile resistere.
Gli 11 pezzi che compongono l'album sono decisamente ben suonati: tutti i musicisti sanno maneggiare gli ‘arnesi’ che si trovano fra le mani e il risultato si sente eccome (ascoltare per credere la strumentale “Simon's Jig”). I testi delle canzoni (principalmente in italiano, ma non solo: a metà tracklist troviamo “Poesia”, interamente in sardo) trattano varie tematiche: dalle più leggere avventure e disavventure di personaggi di vario tipo (“Il ballo dell'uomo di città”, “Allegra ciurma”) fino ad argomenti meno spensierati intrecciati di critica sociale come in “Orgoglio Manifesto” o “Le vie del cammino nuovo”. In apertura c'è poi una dichiarazione d'amore/odio al mezzo di locomozione del gruppo: un furgoncino del 1995, croce e delizia della band, che li ha accompagnati per tanti anni nelle loro numerose trasferte musicali.
Personalmente ho trovato “Percorrendo i lati di un cerchio” piacevole all'ascolto, nonostante, a mio parere, la band non abbia sul disco la stessa carica che ha invece sul palco. Una pecca dovuta forse al genere musicale, che si presta ovviamente a epocali bevute di birra e danze sfrenate (cosa che potrei anche fare qui e ora, in camera mia, ma forse è meglio di no).
In chiusura vorrei segnalare che fino al 9 marzo al Bodie Art, in via S. Giovanni a Cagliari, è possibile visitare la mostra “Fotografando i lati di un cerchio” del fotografo Pierpaolo Arru, inaugurata in concomitanza con la presentazione del disco.






venerdì 1 marzo 2013

UOLCMEN: "Il Testamento" recensione in anteprima dell'album di Appino


 “Che il lupo cattivo vegli su di te” mi aveva lasciato veramente un buon sapore in bocca. L’autore l’ha definita una ninna nanna al contrario, dove il lupo cattivo veglia sui bambini mentre il vero mostro è la città con tutti i suoi abitanti. E in questo brano, uscito come singolo il 18 febbraio, c’era qualcosa di nuovo rispetto agli Zen Circus che mi affascinava: oltre una base certamente più rock, il testo era meno ironico e più personale, avevo forse fin troppa curiosità di ascoltare il disco.


Ma ora, svanito il dolce sono rimasto con qualcosa di più amaro in bocca. Il Testamento, per chi fosse indietro coi tempi, è il primo album da solista di Andrea Appino, cantante e frontman degli Zen Circus , registrato con Giulio Favero (Basso) e Franz Valente (Batteria) del Teatro degli Orrori, Rodrigo D'Erasmo (violinista degli Afterhours) e con la collaborazione del gruppo Pisano Gatti Mézzi. Potete ascoltarlo in streaming esclusivo su Rockit:
http://www.rockit.it/appino/album/il-testamento/20607 
fino a lunedì 4 marzo e farvi anche voi un'idea prima di comprarlo. L’uscita ufficiale è prevista infatti il 5 Marzo, il 4 a Firenze.
Sarà che dopo due anni di scrittura e 42 giorni di studio mi aspettavo qualcosa di più. Ok, non sono un esperto e la mia è un opinione personale derivante da un ascolto forse ancora non sufficiente, i testi sono sicuramente tra i migliori mai scritti da Appino, ma più andavo avanti nelle tracce più la mia attenzione scemava verso altri orizzonti. E quando questo accade rimango sempre molto perplesso. Non lo boccio pienamente, sia chiaro. Anzi. Il testamento, Passaporto, La festa della liberazione (forse la migliore) e il già citato singolo, hanno un qualcosa in più che fino a metà disco riescono a farmi capire cosa il cantante andasse cercando da questa nuova avventura. La voglia di liberare le proprie emozioni, i propri dolori, l’inclinazione verso un cantautorato che forse con il Circo Zen non può fare.
Il problema è che nella seconda parte del disco mi perdo: molte canzoni non riescono a dirmi nulla, per quanto i temi affrontati siano apprezzabili e significativi, e la base musicale sia di discreta qualità. Credo che il problema stia più che altro in una errata sistemazione della tracklist, e forse in qualche sperimentazione di troppo, fuori misura per un unico cd.

Separandoci un attimo dall’ambito musicale è però da apprezzare il velato riferimento a Mario Monicelli, in 2 delle 14 canzoni presenti sul disco (l’ho letto, e poi ci sono arrivato). La title-track vuole ricordare a modo suo il suicidio del regista, morto gettandosi dal quinto piano dell'Ospedale in cui era ricoverato, e gli avvenimenti che seguirono il suo decesso. “Solo gli stronzi muoiono”, traccia num. 9, fu la risposta che il regista diede in una famosa intervista all’età di 91 anni, alla domanda: “Hai paura di morire?” (http://www.youtube.com/watch?v=8Z1sWeXMRCM).
Tornando alla musica e per concludere, il tour di promozione (che vedrà la partecipazione di Enzo Moretto per i cori e la chitarra) partirà il 29 Marzo 2013. La mia speranza è che, allora, superata la fase “primo ascolto”, non debba andarmene via a metà concerto.







lunedì 25 febbraio 2013

UOLCMEN: Om "Advaitic Songs"- il suono dell'anima


Aum Trayambakam Yajamahe
Sugandhim Pushtivardhanam
Urva Rukamiva Bandhanaan
Mrityor Mokshiye Maamritat
(“Addis” Om)

Ho aspettato per scrivere questa recensione, temevo che questo album fosse un fuoco di paglia, temevo di essermi fatta prendere dall'entusiasmo o di essere poco obiettiva. A circa otto mesi dall'uscita penso che siano state futili paure, perché “Advaitic Songs” degli Om è l'album migliore uscito nel 2012, secondo il mio modestissimo parere. L'album in questione è un capolavoro, e non lo dico a cuor leggero, dal momento che è preceduto da lavori del calibro di “Pilgrimage”, ma “Advaitic Songs”ha una marcia in più: va oltre, esce dagli schemi. Gli Om sono un gruppo particolare, che nasce nel 2003, composto dal bassista Al Cisneros e dal batterista Chris Hakius, precedentemente tra le fila degli Sleep, leggenda dello Stoner-Doom. I musicisti in questione potevano benissimo portare avanti il discorso iniziato col gruppo precedente e questo gli avrebbe assicurato successo e pubblico, ma non è andata così, perché in loro risiede il fuoco dell'arte, e con gli Om consacrano la loro maestria in un incontro perfetto tra musica (stoner\doom, anche se è una definizione parecchio riduttiva), filosofia,spiritualità e religione (sopratutto orientale, e maggiormente induista). I primi album sono ancorati al precedente percorso, pur tracciando una strada nuova ma ancora grezza. Album dopo album si sono evoluti verso un nuovo modo di concepire questo genere, intenso di per sé, ma in loro estremizzato intimamente, fino ad arrivare a un punto di incontro tra umano e divino. Nel 2008 Hakius lascia la band e viene sostituito da Emil Amos, e con una line-up stabilizzata continuano il loro percorso, senza sbagliare un colpo.
Nel 2012 arriva “Advaitic Songs”, e la ricerca musicale arriva ad uno “stato di non-ritorno”, tanto per citarli; abbiamo a nostra disposizione 43 minuti e 50 secondi di pura spiritualità e architettura sonora di prim'ordine. Il basso di Al è ipnotico, preciso, magico; Emil scandisce ogni canzone come se avesse tra le mani un gong rituale e intensifica l'atmosfera rarefatta dagli archi (una delle novità scelte dalla band). L'incedere è lento, cantilenante e con poco spazio per gli elementi elettrici, in realtà si sente un po' distorsione solo nel singolo “State of Non-Return”, l'unica traccia che ha una vera e propria forma-canzone.
Continuano ad essere definiti Stoner\Doom, e già le definizioni non mi piacciono, ma qua hanno davvero poco senso: gli Om sono padri di un genere che trascende i generi, che li libra in una dimensione in cui l'unica cosa che conta è l'unione col Tutto, è divenire parte di quell'unico suono che scaturisce dalla vibrazione dell'Universo, è elevarsi oltre la carne. Già dall'inizio si intuisce la direzione che prende quest'opera, l'opener “Addis” è la messa in musica del Maha Mrityunjaya Mantra, mantra della Grande Liberazione (dai cicli della reincarnazione), interpretata magistralmente da una voce femminile. Dopo il singolo, che è la canzone più diretta dell'album, prende forma “Gethsemane” in cui ogni nota e ogni strumento si fondono per formare una trama perfetta e intrigante che continua il discorso dei brani precedenti con circa 12 minuti di morbido tappeto sonoro perfetto per la meditazione e la voce di Al che culla il tema principale e recita più che cantare i versi del brano. Segue “Sinai” che è il brano più d'atmosfera e trascinante, con una ritmica coinvolgente e la linea di basso appena accennata che accompagna perfettamente gli archi. Nella chiusura ci accoglie “Haqq Al-Yaqin” rarefatta melodia, voce ipnotica e giusta conclusione di quello che più che un album è una vera e propria esperienza mistica.
A parole è difficile definire il sentimento diffuso in questo lavoro, per questo motivo vi invito ad ascoltarlo, sia per capire appieno le mie parole e anche perché penso che tutti debbano fare esperienza di quella che definisco musica dell'anima.
Namasté.


giovedì 14 febbraio 2013

UOLCMEN: Playlist 7: Un addio con tanto Ammmmmore!

Questa è l'ultima playlist. L'argomento è l'amore (a tema con la festa di San Valentino) e non l'ho stilata da sola, ma con l'aiuto di amici e parenti che mi hanno consigliato qualche brano sull'argomento. Insomma, volevo chiudere la rubrica con un po' di dolcezza.
Ma non è così semplice come sembra, non c’è nessuna canzoncina scontata: ho infatti deciso di scegliere le canzoni che sono state in grado di descrivere meglio di ogni altra le emozioni che si provano durante i momenti più importanti di una storia d’amore (nascita, attrazione, conquista, amore incondizionato e fine). Insomma, tutti i gradi dell'amore espressi in musica e, come al solito, non c'è alcuna pretesa se non quella di lasciare che siano le note ad essere le vere protagoniste dello scritto. 
L'infatuazione è forse il più felice momento dell'amore, sia per l'intensità delle emozioni che per la spensieratezza con cui si affronta il tutto. Trovo che a per rappresentare meravigliosamente questo momento sia adattissima "Summer Nights" dall'OST di Grease: semplice, ben cantata e, soprattutto, leggera come un alito di vento. Ma dal momento che anche l'innamoramento non è immune da qualche intoppo, scelgo anche una canzone più profonda e riflessiva, ovvero "Have you ever seen the rain?" dei Creedence Clearwater Revival, gruppo che adoro e che fa una grande compagnia se si è assaliti da dubbi atroci. Ma quando ci sono sentimenti di mezzo i dubbi o gli impedimenti durano poco e anche l'orgoglio, acerrimo nemico dell'amore, non può ostacolare a lungo l'unione dei due protagonisti della nostra storia. Il momento della rivelazione e della scoperta è universalmente accompagnato da "Your hands are cold" dell'OST di Pride & Prejudice: cosa c'è, infatti, più romantico di Elizabeth e Darcy? Probabilmente niente!
Ora i sentimenti sono combattuti, da un lato non ci si vuole abbandonare troppo per paura di soffrire ma dall’altro si cerca di non mostrare troppo poco trasporto e, diciamo la verità, l'inizio di una storia è la fase più ridicola, quante pazzie si fanno in nome dell'ebbrezza che accompagna tale momento? Tutto questo è ottimamente riassunto dalla bellissima "Stranizza d'Amuri" di Franco Battiato. Durante questa fase, però, tra i due innamorati potrebbe apparire anche un atteggiamento possessivo, che ho voluto esprimere con "For You" dei My Dying Bride, canzone forse troppo triste per questo momento della storia, ma abbastanza indicata per esprimere l'inquietudine che porta l'incertezza.
Tra l'ossessività e il trasporto fisico trova spazio anche la leggerezza, espressa in "Better Togheter" di Jack Johnson: esile, chiaro e sereno.
Ma la relazione esige anche un certo coinvolgimento fisico, non trascurabile musicalmente parlando e (qui ho deciso di scherzare un po') ho pensato che fosse molto indicata "You can Leave Your Hat on" di Joe Cocker. Immediatamente il pensiero va alla scena clou di Nove Settimane e 1\2. Che la seduzione abbia inizio. Sulla stessa linea compare "Time of my Life" di Dirty Dancing, passionale e decisa, perché nessuno può mettere Baby in un angolo! L'amore tra i due è sempre più acceso, "My Wild Love" dei Doors è una litania volta alla consacrazione dell'incontro più intimo ormai compiuto. La storia vera e propria ha inizio e, come vuole la tradizione, è un mix di passione e coinvolgenti sentimenti. Quindi scelgo la disperazione di "Love Like Blood" dei Killing Joke, seguita dal romanticismo di "I can't Help Falling in Love (With You)" di Elvis, poi ancora "Amour" dei Rammstein e "Always" dei Bon Jovi ( negli anni '90 un inno alla sdolcinatezza, pur non immune dalla disgrazia, leggete il testo). Insomma, un susseguirsi di note che esprime cose tanto diverse quanto conciliabili. Prima della fine, o anche in assenza di essa, uno dei due deve per forza avere dei dubbi e ho sempre trovato che "If you leave me now" dei Chicago fosse un'ottima rappresentazione di questo. Ma questa storia, purtroppo, deve avere una fine, anzi più di una. Ho individuato qualche possibile finale, niente di direttamente collegato ai testi, ma più un feeling particolare con la musica. La colonna sonora della rottura per volere di uno dei due è "Free Bird" dei Lynyrd Skynyrd, desiderio di libertà e fine di un amore, ci sta. Inoltre mi è stato fatto giustamente notare che una storia alla fine non può prescindere da "Quattro stracci" del maestro Francesco Guccini, e non posso essere più d'accordo, il testo è abbastanza esplicito. Ma una storia non deve finire per forza a causa delle persone coinvolte, può succedere anche per motivi imprevedibili e allora beccatevi "Last Goodbye" dello sfortunato Jeff Buckley e "Where the wild roses grow" di Nick Cave feat. Kylie Minogue.

Suvvia, non affliggetevi, la fine non è necessaria. Se siete romantici potete tranquillamente fermarvi a Bon Jovi, se invece siete catastrofici, queste ultime due perle sono imperdibili.
Mi è costato arrivare fino a qui perché io sono romantica, perbacco, perciò torno indietro e ascolto in modalità repeat "Always".

Qui la playlist:



giovedì 29 novembre 2012

UOLCMEN: Playlist 5: piove, piove e la paranoia non si muove!

Recentemente mi è capitato di passare nel bel mezzo di un momento nero, di quelli in cui gli unici sentimenti che si provano sono paranoia, costrizione, oppressione. Per fortuna passano, ma in quel momento tutto è condizionato da quella nefasta sensazione che ci appesantisce. 
Quindi ne risentono vestiario, letture, e sopratutto musica. 
Già, la playlist paranoia è arrivata a compimento, dopo anni di studio è fuoriuscita dal suo angolino. Segue una linea precisa che va dal leggero tormento sino all'insopportabile oppressione sonora, e ho anche eliminato le cose più "pesanti" (quelle da Cold Meat Industry per intenderci) per renderla leggermente più abbordabile anche da chi non predilige le tonalità di nero vestite, o travestite! 
Il primo gruppo che mi è venuto in mente sono i Radiohead ( devo ammettere, però, dietro consiglio di un'amica), che nonostante non rientrino appieno nelle mie grazie, sono adattassimi alla sospensione emotiva dei primi dubbi che si insinuano. Essere fobici è dura e "No Surprises" è la giusta colonna sonora dell'accorgimento. Altra chicca imperdibile è "Immortality" dei Pearl Jam, dall'album "Vitalogy", perla di rara bellezza, ma anche di rara tristezza. L'inquitudine, procede adagio, e passa per "The Sound of Silence" dei Simon & Garfunkel, vera regina dei momenti peggiori della mia vita, e siamo solo all'inizio. 
Naturalmente non si può proseguire senza dare un po' di spazio alla Dark Wave degli anni '80, che da sola ha prodotto abbastanza gruppi tormentati da riempire migliaia di playlist. Ho deciso di omaggiare la succitata scena con due brani che amo particolarmente, ma che non riuscirei ad ascoltare due volte di fila neanche sotto tortura, ovvero "Charlotte Sometimes" dei Cure di Robert Smith, e "Decades" dei Joy Division per me migliori, quelli di "Closer". 

La claustrofobia aumenta, ma prima di passare all'artiglieria pesante propongo i Cold con "Insane", eletta da me la canzone più triste del '98, e lo è stata, anche se ha un leggero retrogusto di dolcezza. 
Volevo aggiungere a questa playlist un tocco di eleganza, perché alcuni sentimenti si insinuano adagio nella nostra vita e, ad esempio la delusione, che è uno di questi, è resa da una sola canzone: "Verne" dei Novembre. 
L'ultimo trittico è "roba" pesante. Le tre canzoni più ossessionanti che mi sono sentita di suggerire e sono "Gone" dei Katatonia, "Prove me Wrong" dei Misery Loves co. e "Black Mass" degli Electric Wizard. 
La prima è di un album del '98, "Discouraged Ones", che ha segnato l'elezione dei Katatonia a paladini della tristezza internazionale, io ho apprezzato particolarmente la svolta della loro musica verso queste sonorità, e quindi ascolto ancora spesso questo bellissimo album. I Misery Loves Co. non sono tristi a prescindere, anzi, hanno una certa carica nella loro muisca, ma questa particolare canzone mi ha sempre colpita per la sua estrema ossessività. 

Infine, gli Elctric Wizard erano assolutamente d'obbligo, l'ossessività è nel loro DNA, la mia prima scelta è stata "Funeralopolis", ma poi ho optato per la recente "Black Mass", solo per non rendere troppo pesante l'atmosfera, ma immagino che ormai sia tardi per farmi scrupoli. 
Bene un'altra avventura è finita, ora metto da parte il velo nero ed esco in giardino a godermi un po' di sole (l'articolo è stato partotito in un giorno di sole n.d.r.). Ops, forse non avrei dovuto scriverlo, ora ho rovinato l'immagine tetra che ho tentato invano di dipingere! Adieu mes amis! 


Qui potete godervi la playlist:


lunedì 19 novembre 2012

UOLCMEN: Un anno di ottima musica... scoperta per caso!

Come sempre vorrei scrivere di musica per voi, ma ho esaurito le idee. In realtà ho la testa talmente piena di altre cose, che non riesco a trovare un evento\album\canzone\gossip interessante di cui parlare. Ma con un po' di impegno ce la posso fare.
Il problema è più o meno lo stesso di quando andavo a scuola, ero talmente tanto presa dalle mie letture personali che non cagavo mai quelle che ci proponevano\imponevano i professori. Comportandomi in questo modo mi sono persa tante cagate pazzesche, ma anche qualche capolavoro, che fortunatamente ho recuperato negli anni successivi. Ma il succo del discorso è che il mio canale youtube e gli amici mi suggeriscono sempre tante bombe e io le evito perché ho i cazzi miei o perché penso solo all' uscita del nuovo album dei Deftones, che per me è più o meno una festa come il Natale, anzi, di più (e probabilmente avrete già letto su queste pagine).
 Insomma, oggi avevo voglia di scrivere su due uscite che mi hanno particolarmente colpita per motivi diversi e in periodi diversi di questo 2012 giunto quasi a conclusione. Entrambi questi album mi sono stati segnalati da conoscenti qualche tempo fa e io li ho scartati a priori per la paura che fossero due uscite troppo impegnative, ma quando li ho ripescati sono stati una piacevolissima sorpresa e non ho più smesso di ascoltarli.
Per restare in tema, la prima release di cui vorrei parlare è "EP ††" dei ††† (Crosses), side project di Chino Moreno dei Deftones, che si accompagna per l'occasione a Shaun Lopez (dei Far) e Scott Chuck. Il trio non si smentisce e dopo il bellissimo "EP †" dello scorso anno, torna con un freschissimo e quasi ineccepibile lavoro. Siamo sicuramente lontani anni luce dalle tipiche sonorità dei Deftones, il progetto strizza l'occhio maggiormente all'altro gruppo in cui milita Chino, ovvero i Team Sleep, ma non si può accostare neanche a questi ultimi. Il sound è meno etereo e più elettronico, il gusto per la melodia è spiccatissimo e le canzoni sembrano più immediate nonostante l'immenso lavoro compositivo che lascia sicuramente una traccia molto marcata. Tra le nuove canzoni ho apprezzato particolarmente "Frontiers" e "Telephaty", un po' meno "Prurient", sto ancora cercando di catalogare l'ultima traccia "Trophy", che si presenta con un sound più leggero, quasi evanescente, sicuramente un'ottima scelta come ending dell'album. Nel complesso è un ottimo EP, l'unico appunto che posso fare è la durata, sicuramente è una scelta voluta, ma non mi sarebbe dispiaciuto sentire qualche canzone in più, anche se il campionario presente è già sufficiente per dare una valutazione più che positiva. Seguirò con piacere l'evoluzione del progetto, sperando che in futuro ci possano proporre il loro capolavoro, già due volte sfiorato, ma non ancora realizzato.
Vorrei continuare su sonorità molto soft, e ho scelto un'artista che io adoro, ovvero Glen Hansard, irlandese poliedrico, già componente dei gruppi The Frames e The Swell Season. Nel 2012 il nostro Glen, che magari molti ricordano per le collaborazioni con Eddie Vedder, esce con un album solista (finalmente, oserei dire!) dal titolo "Rhythm and Repose". L'album in generale segue il suo marchio di fabbrica, con melodie orecchiabili e dolci, a tratti quasi strazianti nel loro pathos. La voce è lì a farla da padrona, come sempre, con un timbro e una musicalità totalmente in linea ai sentimenti espressi dagli strumenti. Rispetto agli altri progetti il suono della chitarra sembra quasi in secondo piano, e se per alcune canzoni è perfetto, per altre è una pecca enorme. Il difetto di fondo di questo album è proprio lo scarso equilibrio tra gli strumenti utilizzati, questo in ogni modo non penalizza totalmente il risultato che offre comunque delle canzoni bellissime e degne di nota, su tutte "You Will Become", "High Hope" e "The Storm, It's Coming". Insomma, l'impronta distintiva di Glen è ben evidente, ma forse le aspettative erano troppo alte e dopo canzoni di immensa bellezza come "The Moon" o "Falling Slowly" ci si aspettava qualcosa di più. Il bagaglio stesso di questo straordinario artista penalizza la sua recente produzione e l'errore è sicuramente in chi lo ascolta e non in lui. Intendiamoci, l'album in questione è bello e ben strutturato e non passa giorno in cui non ringrazi qualche divinità per averci donato quest'uomo, ma manca quel "qualcosa in più" a cui ci aveva abituati. Comunque io continuerò ad ascoltarlo, nel caso sia uno di quegli album che folgorano dopo molti ascolti, e spero vivamente che lo sia.


Ma l'anno non è ancora finito e continuo ad "ascoltarmi attorno" per cercare una traccia, una rivelazione, qualcosa di emozionante, che riesca a raggiungere questi livelli, o magari a superarli. Se i Maya avranno ragione, almeno la fine sarà accompagnata da dell'ottima musica!

   

venerdì 9 novembre 2012

UOLCMEN: Galeotto fu lo streaming: Deftones "Koi No Yokan"


Vi ricordate da bambini, la spasmodica attesa del 25 Dicembre per scartare i regali? Io lo ricordo come fosse ieri, e forse sono stati gli unici giorni della mia vita in cui mi sono alzata con piacere alle 7 del mattino di mia spontanea volontà. La sensazione era un misto di felicità, affetto, ingordigia e nello sfondo si diffondevano i colori e i tessuti dell'Inverno, nell'aria odore di cannella e chiodi di garofano. Ho ancora queste sensazioni scolpite nella mente. Bene, oggi 9 Novembre 2012 quelle sensazioni si sono ripresentate a chiedere il conto, e non potrei essere più felice di così. Il mio Natale da adulta non sono più i doni, i pacchetti colorati, sono le cose che mi fanno emozionare, oggi ho scoperto una cosa che mi ha fatta entusiasmare come una bambina:" Koi No Yokan" dei Deftones.
Ho dato vita a questo putiferio per un evento che sicuramente non dirà niente ad una buona parte di voi, ma chi come me ha un amore incondizionato verso questo gruppo fenomenale non potrà che essere d'accordo con me.
Si sa, i Deftones sono molto particolari, o li si ama o li si odia, ma difficilmente lasciano indifferenti. Io li amo incondizionatamente dal '98, o forse era il '99 (non ricordo) quando fui folgorata da "Around the Fur", album di rara bellezza. Da allora la nostra storia d'amore non si è ancora conclusa e ogni volta che esce un loro album mi sento come una bambina eccitata per la magia del Natale.
I nostri, come al solito, sono stati dei Signori e hanno reso disponibile l'album in streaming qualche giorno prima dell'uscita ufficiale. Lo trovate a questo link: http://www.rollingstone.com/music/news/deftones-unleash-angst-and-tension-in-new-album-koi-no-yokan-premiere-20121108
Inutile dire che l'ho già ascoltato parecchie volte e ho ormai un'idea ben precisa del lavoro.

Foto del mio archivio personale.
Collegno (TO) 22-06-2010
Ma andiamo con ordine. Già da un mese circa sono disponibili le tracce
"Leathers" e "Tempest", più qualche registrazione demo di "Rosemary". Mica scemi i ragazzi; hanno reso pubbliche tre tra le canzoni più belle della nuova fatica, ma anche le altre non sono da meno. Questo ha creato una certa agitazione tra i fan che si sono trovati a contatto con delle canzoni validissime ma come al solito diversissime da quelle presenti nel precedente album. "Diamond Eyes" ci aveva lasciato nel 2010 con una sensazione appagamento addosso, c'era tutto: melodia e rabbia, amore e odio, tenerezza e crudeltà; non male per essere il sesto album. La sfida con la nuova fatica era difficile, ma posso affermare che "Koi No Yokan" non delude le aspettative. Non continua il discorso del precedente album, è diverso, si muove su altri piani, è carico di contrasti e scarso di sfumature, anche se rimane sempre torbido, erotico e perverso come solo loro sanno fare (consiglio la lettura dei testi). Si, perché questa volta non ci sono sentimenti confusi e intersecati tra loro, quando pestano, pestano di brutto e quando vogliono essere teneri, viene quasi da piangere. L'equilibrio è pressoché perfetto. Gli strumenti seguono ognuno una proprio storia e rispetto al passato trovo più evidente il lavoro di Frank Delgado, dj del gruppo, che costruisce un tappeto sonoro eccellente su cui Stephen Carpenter adagia magie chitarristiche ispirate come non mai. La sezione ritmica è sempre precisa e funzionale al pathos delle singole canzoni, e Chino Moreno si reinventa costruendo melodie tortuose ed esplorando terreni su cui non si era mai avventurato prima (attendo la prova live che non mi perderò sicuramente).
Ci sono tracce con un ottimo mordente come "Swerve City", "Poltergeist" e "Gauze", ma anche soffuse melodie di transizione come in "Entombed" e "What Happened To You?", queste due canzoni, parecchio intrise delle sonorità dei progetti paralleli di Chino Moreno (Teem Sleep e i Crosses). Poi ci sono le canzoni che non lasciano scampo, quelle che rimarranno dei cavalli di battaglia come "Tempest", "Rosemary", e quelle dall'equilibrio perfetto come "Romantic Dreams", "Graphic Nature" e "Goon Squad".
Poi c'è lei, il capolavoro, la canzone che da sola vale l'acquisto dell'intero album: "Leathers", perla di rara bellezza, disperata, morbosa, feticista, indimenticabile.
Insomma, non ho ancora trovato un difetto in questo album, posso dichiarare senza vergogna che è un lavoro ispirato e bello, senza compromessi.

Foto del mio archivio personale, scattata a Collegno (TO)  il 22-06-2010



lunedì 5 novembre 2012

UOLCMEN: Trecentonove giorni ad oggi...

Lo Stato Sociale
Con il rischio di farmi disprezzare dalla Regina e dai potenti, mi inserisco controcorrente alle consuete tendenze musicali di questa rubrica (perdonatemi) e azzardo un articoletto sulle uscite 2012 dello scenario Italiano Cantautorale, Pop, Indie, Electro, Alternative-rock e bla bla bla che ho seguito personalmente. Scusatemi infatti se dimenticherò qualcosa per voi importante, per me è già strano dare consigli musicali. 
Parto moderatamente accontentando probabilmente tutti, con il cd che ha accompagnato la rifioritura dei denti ormai non più marci di Pier Paolo Capovilla, “Il Mondo Nuovo” del Teatro degli Orrori. Del cd, nel complesso eccellente, abbiamo già parlato in precedenza nel Blog, quindi non mi dilungherò più di tanto sulla peculiare voce nasale del succitato singer. Ma se per qualche arcano motivo non l’avete ancora ascoltato, rimediate subito, partendo da “Non vedo l'ora”, in assoluto la mia preferita e la prima consigliata. 

Se invece siete alla ricerca di un qualcosa di un po’ più inzuppato di elettronico, quest’anno gli Amor Fou hanno presentato la loro terza fatica “Cento Giorni Da Oggi”. Ok, sarò un po’ scontato nella scelta, ma se avete bisogno di allentare la tensione “Vero” è la canzone che fa per voi, o almeno con me ci riesce, grazie a un testo molto minimale e una chiusura strumentale azzeccatissima. Ora gli amanti di Moltheni saranno felici di sentirsi ricordare che il loro amato è tornato dopo l’annunciato ritiro dalle scene di tre anni fa. Ha solamente recuperato il nome di Umberto Maria Giardini e con “L'ultimo venerdì dell'umanità”, traccia di chiusura del disco “La Dieta Dell’Imperatrice” è riuscito veramente a impressionarmi se devo essere sincero. E’ una canzone intensa, quasi psichedelica, e di una qualità infinita. 
Cambiando nettamente genere passiamo ai 5 Bolognesi de Lo Stato Sociale. Sono stati, mia ignoranza, una gradita scoperta con il loro “Turisti della Democrazia” e credo che "Quello che le donne dicono" sia il modo giusto per entrare in contatto con questi ragazzi, concedetemi il termine, molto caratteristici. Basta vedere i loro Live sui colli bolognesi per capire che non si prendano molto sul serio. 
Ora, vorrei fare una lode a un gruppo che può piacere o non piacere, ma che a oggi è uno dei pochi che conosco a mettere online gratuitamente i loro cd dal sito ufficiale. I Fine Before You Came. La prima cosa che vi colpirà sarà lo stile particolare della voce, cosi ché fin dalla prima traccia del loro disco “Ormai” capirete inconsciamente se i 4 minuti di “Capire Settembre” potranno essere di straziante agonia o di tempo ben speso. 
Passando ad altro e visto che ormai tutti sparano sentenze su questo cd, toccherà anche a me dire la mia su “Piombo, polvere e carbone” dei Pan del Diavolo. Sarà che per le mie solite e terribili mancanze, l’ascolto di quest’ultimo lavoro si è quasi accavallato col precedente, ma non riesco a concordare sulle catastrofiche recensioni che si leggono per il Web. Qualcosa è cambiato, è vero, ma i conservatori tendono alla lunga a ritornare sui propri passi. “Libero” è una canzone dal mio punto di vista con un ottimo riff e un discreto testo, forse è anche la più vendibile dell’album ma vale la pena essere ascoltata se si riesce a distaccare un po’ la mente dal precedente “Sono all’Osso”. 
Rimangono fuori da questo trafiletto Brunori, Mannarino, Dente, Zen Circus, Le Luci e compagnia cantante, che hanno già dato lo scorso anno. 
Nobraino
Ma sono felicissimo di poter però annoverare nel 2012 il ritorno col terzo album in studio dei Nobraino. Il loro “Disco d’Oro”, posso sostenere senza paura di smentita, sia un opera eccezionale, che indubbiamente va ascoltato a ripetizione, a partire dal giorno della scoperta. Scelgo con difficoltà, tra le molte valide, “Il Mangiabandiere” come brano rappresentativo. Due minuti e mezzo carichi, strumentalmente completi, sul tema della guerra e di una gloria effimera e fugace. 
Passiamo all'illustre Vincitore del Premio Tenco 2012 per la migliore opera prima, Colapesce, con “Un Meraviglioso Declino”. Un disco che ha tanto e in certi testi anche troppo da dire, una soluzione può essere ascoltarlo con la benevolenza che si dà a chi ha ancora tanta strada davanti. “I Barbari”, pezzo al quale partecipa per gli arrangiamenti di fiati e archi Roy Paci ti soddisfa dal primo all’ultimo minuto, risultando abbastanza elaborato ma allo stesso tempo non eccessivamente snaturato dal contesto. L’elenco come ho accennato sarebbe lungo e non prendetevela, ma voglio chiudere con due nomi particoalri, DIMARTINO e L’Orso. Il primo si presenta con un intitolazione chilometrica “Sarebbe Bello Non Lasciarsi Mai Ma Abbandonarsi Ogni Tanto è Utile”, mentre il secondo propone un EP intitolato “La Domenica”, terzo di una serie, che racconta in modo inusuale la storia di un ragazzo alle prese con la dura realtà odierna. “Noi siamo gli Alberi” è la traccia d’apertura del protetto di Brunori, ha un testo schietto e ben leggibile, un omaggio vero alla musica Italiana, una canzone che appassiona fin dal primo ascolto. “Con i chilometri contro” di l’Orso invece racconta le difficoltà nell’affrontare un amore a distanza, per un ragazzo costretto a tornare in provincia proprio una domenica d’estate. In realtà avrei un altro cd e un'altra canzone da annoverare nella lista, forse quello che mi ha influenzato di più nei mesi caldi. “Il penultimo canto della Cicala” dei Nous Autres. Sarò ormai di parte, ma quanto mi hanno stressato questi qua forse neppure gli Zen Circus ci sono riusciti. Oltretutto “Nuda” neppure mi piaceva all’inizio...


Ecco la playlist:





lunedì 22 ottobre 2012

UOLCMEN: Playlist n° 4:no angry no party

Ah! Oggi proprio non è giornata! 
Quante volte avete pensato questa frase? Io, a causa della mia goffaggine e della nuvoletta di Fantozzi che mi perseguita, quasi ogni giorno. Non penso di essere l'unica, anzi, immagino che molti di voi abbiano sempre desiderato sfoggiare una perfetta playlist al vetriolo per i momenti di rabbia e disperazione. 
Lo so, chi mi conosce avrà già capito che in realtà è tutta una scusa per parlare della mia amata “Musica a pius longus” (traduzione: musica dai capelli lunghi), ma non solo (leggete alla Voyager): la mia idea è anche quella di darvi dei suggerimenti riguardanti il lato più incazzoso della musica, sempre strettamente personali. Insomma, mi piace rendervi partecipi dei fatti miei, mettiamola così. 
Tra classici e moderni abbiamo un bel po' di canzoni nel calderone, ma ne ho selezionato dieci, quelle che più di frequente accompagnano le mie imprecazioni. 
Le cose vanno più o meno così. 
Ti svegli e sembra una giornata normale, ma ecco arrivare all'improvviso il primo inconveniente qualsiasi; indi la tua mente inizia a pensare con la voce di Phil Anselmo, e quale canzone è più appropriata di “5 minutes alone” dei Pantera per esprimere l'inizio del malcontento? Nessuna, lo so. 
Ma non finisce qui, le cose non possono migliorare (è una giornata no, ricordate), la mattinata prosegue con un'evoluzione di brutalità, passando prima per “Slave New World” dei Sepultura e poi per “Serenity in Murder” degli Slayer. La prima è un classico, la seconda un po' meno, ma rendono bene l'idea del momento carico di pathos che si sta delineando. 
A un certo punto la fame si unisce al precedente disagio (è quasi ora di pranzo), per cui si arriva al momento clou della giornata, rappresentato da “Concatenation” dei Meshuggah. 

Tipica espressione da incazzo di Phil Anselmo!
Bene, ora ci possiamo rilassare un pochino, il peggio è passato. Dal pranzo in poi l'emozione rimarrà quella di costante fastidio perché ormai l'inizio è stato tragico, perciò il resto della giornata risulta altamente compromesso. Deceleriamo. “Bury me in Smoke” dei Down è un'ottima frenata, ma la velocità rimane costante e l'umore rimane su di giri. Se parliamo di velocità costante, allora restiamo in questo limbo di media brutalità! Inserisco “No Love Lost” dei Carcass con un ritmo assassino; “Clayman” degli In Flames, che mi ha fatto compagnia tante volte nelle sfuriate degli anni del liceo; “Violent Revolution” dei Kreator, una bomba di canzone, a dir poco perfetta sia tecnicamente che emozionalmente, fortissimi. Questi tre classici hanno una loro raison d'être a prescindere da questo contesto, ma trovo che ascoltarli con una punta di rabbia li renda più appetibili. Prima di concludere vorrei inserire una canzone che è entrata sotto la nube della sfortuna da poco tempo, ovvero “The Rise of Denial” dei Paradise Lost, che ci sta a pennello nei momenti di sconforto nero, ma proprio nero. 
Bene, siamo giunti alla fine, l'unico modo di concludere in maniera coerente questa giornata pessima è con una canzone che non c'entra una beneamata mazza col resto, sto parlando di “Feuer Frei!” dei Rammstein, che non è solo adrenalina pura, ma ha un vantaggio che le precedenti canzoni non hanno: è in tedesco, la lingua dell'incazzo per eccellenza! 
Provate a dire una qualunque parola scurrile prima in italiano e poi in tedesco, vi assicuro che non imprecherete più in italiano. 
Ach du Schreck! E ho detto solo acciderba! Alla prossima