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venerdì 14 febbraio 2014

BABELE: Radio Ucamara e la Scuola Ikuari

Conosco Nauta (vedi http://kenemeri.blogspot.it/2012/05/altrove-peru-parte-2-il-dettaglio.html) e la sua realtà da due anni e mezzo. Ci sono arrivato per prima volta nel luglio del 2011 guidato da un amico che voleva che conoscessi il lavoro di Radio Ucamara, il principale canale comunicativo attraverso cui si contribuiva al processo di rivitalizzazione della cultura Kukama-Kukamiria.

Il programma “Kukama Ukatuki” (“i Kukama appaiono”) è stato solo uno dei passi che si son compiuti per rafforzare questo cammino; è stato il primo (e forse più difficile) scalino che bisognava affrontare per restituire a questa cultura il posto che merita, renderla nuovamente visibile dopo quel processo che, dalla seconda metà dell'800 e fino ai giorni nostri, aveva portato a considerare l'appartenere al popolo kukama come una condanna, qualcosa di cui ci si doveva vergognare. Grazie a Radio Ucamara si è iniziato a spezzare quella catena di disprezzo e i kukama hanno iniziato ad affermare finalmente che ESISTONO.
Dall'inizio del programma si sono susseguite molte attività proposte e portate avanti dall'equipe della radio. Fra queste, circa due anni fa, c'è stata la creazione della scuola Ikuari. In questa scuola, per far fronte alla mancanza di insegnanti bilingui interculturali, i parlanti della lingua kukama di Nauta hanno iniziato a dare lezioni a tutti gli alunni che volessero imparare la propria lingua originaria. Bambini, adolescenti e adulti hanno iniziato a frequentare le lezioni, scoprendo ciò che significa riappropriarsi di qualcosa che è tuo, ma non materialmente: è qualcosa che ti appartiene interiormente, nelle viscere. I maestri sono in gran parte anziani che son cresciuti utilizzando come lingua madre il kukama e che, adesso, condividono la loro conoscenza e saggezza con le generazioni più giovani.
La scuola ha ottenuto molti risultati ed è stato anche il ventre in cui è nato il successo di “Kumbarikira” , un video musicale di rivendicazione dell'uso della lingua kukama che, dalla sua pubblicazione nel luglio 2013 ha avuto numerosissime visualizzazioni non soltanto in Amazzonia, ma anche a livello nazionale e internazionale. Alcuni fra i più importanti programmi della televisione peruviana si son recati a Nauta per intervistare i protagonisti di questo successo, dietro cui si cela il duro lavoro della scuola Ikuari. Durante le lezioni di lingua kukama, infatti, è stato composto il testo della canzone e la sceneggiatura del video.
Ma l'esperienza della scuola Ikuari, nel mese di ottobre, è giunta a un punto (che si spera sia solo temporaneamente) finale. Le scarse risorse economiche che avevano permesso il finanziamento del programma di insegnamento, e in particolare i rimborsi per i maestri, non ci sono più e, dopo alcuni mesi in cui si è cercato di tirare avanti senza mezzi economici, la scuola ha (per il momento) chiuso i battenti e terminato la sua attività.
Per potersi dedicare all'insegnamento gli anziani avevano dovuto lasciare alcune delle loro attività quotidiane: c'è bisogno di tempo per la preparazione delle lezioni, e ciò comporta togliere ore al lavoro nei campi, alla pesca, a tutte quelle attività che fanno sì che ci sia di che sfamare la famiglia.
Tuttavia, è altrettanto chiaro che il prezzo che si pagherà con la chiusura della scuola sarà ancora più alto dell'umile compenso che i maestri ricevevano: la sparizione della lingua. Se non ci sono parlanti, gente che possiede le conoscenze adeguate per poter insegnare ai giovani, nel giro di pochissimo tempo il kukama non esisterà più. Ne rimarrà solo il ricordo.
Come si possono tenere in considerazione queste due esigenze così importanti? Per una persona che vede la situazione dall'esterno è difficile proporre una scala di priorità: entrambe sembrano fondamentali. La soluzione più giusta sarebbe quella di trovare un'Istituzione in grado di appoggiare economicamente la scuola e il problema sarebbe risolto. Ma spesso le istituzioni, chi per scarso interesse, chi per altrettanta mancanza di mezzi, non si occupano di queste faccende.
La risposta potrebbe trovarsi allora nelle stesse tradizioni delle comunità indigene: il lavoro comunitario, le mingas, la reciprocità. Si potrebbe ricompensare il lavoro di insegnamento non con un rimborso economico ma facendo sì che gli alunni e le loro famiglie aiutino i maestri nei loro lavori quotidiani. Si potrebbero addirittura organizzare delle lezioni da svolgersi direttamente nei campi, riportando il kukama ad essere la lingua della quotidianità.
Spero di cuore che questa interruzione dell'attività della Scuola Ikuari duri poco, che si possa riprendere presto con le lezioni e che si possa ritornare a insegnare ai Kukama la propria lingua, perché è necessario che ciò si faccia ORA. Non si può più aspettare ed è fondamentale che siano gli stessi kukama a prendere nelle proprie mani il destino della loro cultura.


giovedì 31 gennaio 2013

ALTROVE: Cuzco y El Valle Sagrado de Los Incas (parte 2)

        Il profilo sulla roccia di fronte a Ollantaytambo
Arrivato a Ollantaytambo di ritorno da Machu Picchu, mi sono subito diretto dalla stazione al centro del paesino, ma prima di intrufolarmi nel reticolo di stradine che lo compongono ho deciso di visitare il sito archeologico che fronteggia l'abitato. Ollantaytambo è una delle 17 mete turistiche visitabili con il biglietto cumulativo chiamato “Boleto Turístico”, che per 130 soles (70 per i peruviani) permette di conoscere tutta la zona attorno a Cuzco nei minimi particolari. Arrivato alla biglietteria, però, erano finiti i biglietti, ma mi è stato permesso di entrare lo stesso (non avendo ancora visitato nessuna delle altre 16 mete, era ovvio che l'avrei dovuto comprare prima o poi). Anche a Ollantaytambo ho deciso di farmi accompagnare da una guida (anche qui in un gruppo di 5 persone), che mi ha condotto sulla faticosissima scalinata che conduce alla parte alta di questo che era una sorta di santuario costruito di fronte a un punto di riposo per gli eserciti dell'Inca. Il nome infatti deriva da Ollantay (nome proprio di un generale dell'imperatore Pachacutec) e Tambo (che significa, appunto, “luogo di riposo”). La leggenda narra che il generale Ollantay, grande combattente, si fosse innamorato della figlia dell'imperatore e l'avesse chiesta in moglie. Pachacutec, adirato per questa richiesta, anziché premiare il suo generale lo castigò. Tuttavia, il figlio di Pachacutec, l'Inca Yupanqui, cercò di rimediare a questa decisione del padre ordinando di costruire la cittadella in onore di Ollantay. Il sito archeologico è famoso soprattutto per il tempio dedicato al Sole, divinità principale per i Runa (letteralmente “uomini”, come si autodefiniva il popolo quechua) costituito da massi enormi trasportati da circa 7 km di distanza e mai portato a termine, e per un più piccolo tempio dedicato al culto dell'acqua. Interessantissimo è poi un antico magazzino di viveri che si trova sul versante montuoso situato di fronte al santuario: la sua originalità è data dal fatto che le rocce e la costruzione artificiale assumono la forma di un vecchio che porta sulle spalle una sorta di zaino. C'è chi dice che la montagna sia stata scolpita e chi invece sostiene che non vi sia stata apportata la mano dell'uomo, fatto sta che è facilmente riconoscibile un profilo umano.

                      Le mura tipiche nel centro di Cusco
Oltre al sito archeologico è assolutamente da vedere il piccolo paesino, che conserva ancora diversi edifici che uniscono stili architettonici dell'epoca incaica e della colonia: è infatti molto comune trovarsi di fronte a delle costruzioni costituite, nella parte bassa, da grossi blocchi di pietra (architettura incaica), mentre la parte alta è fatta di mattoni di terra e paglia intonacati (risalenti all'epoca coloniale e moderna).
Calato ormai il buio, ho dovuto aspettare per qualche ora la partenza di un taxi collettivo (che viaggiano solo a pieno carico) diretto a Cusco; per ingannare il tempo ho deciso di mangiare qualcosa: lo spuntino tipico e a poco prezzo delle Ande è il choclo con queso, ossia una pannocchia di mais bollito con un bel pezzo di formaggio. Ottimo, nutritivo ed economico.
Arrivato a Cusco dopo circa un'ora e mezzo di viaggio, ho dovuto cercare un ostello in cui sistemarmi; nonostante fosse ormai notte non ho faticato granché: Cusco è senz'altro la città turistica più importante del Paese e dunque abbondano alberghi e ostelli di ogni categoria; dopo aver scartato due o tre posti che non mi potevo permettere, mi sono allontanato un po' dalla Plaza de Armas, fino a che non ho trovato un posticino tranquillo ed economico.
L'indomani ho iniziato a visitare la città, iniziando dal Qorikancha, l'antico tempio dedicato alle divinità celesti, il centro della vita sociale e religiosa dell'impero incaico, nonché della città. Infatti, prima dell'arrivo degli spagnoli, Cusco aveva la forma di un puma, e il Qorikancha si trovava all'altezza del ventre del felino. Il suo nome significa letteralmente “cortile d'oro”, e pare che questo tempio fosse in gran parte coperto da giganti lastre del metallo più prezioso, che per il popolo quechua aveva valore solo in quanto ricordava loro il Sole, la maggiore fra le divinità. Questo oro venne fuso e versato come riscatto per la vita dell'ultimo inca, Atahualpa, sequestrato dagli uomini di Pizarro a Cajamarca. Per rimetterlo in libertà il popolo doveva riempire delle stanze enormi di oro e di argento. Inutile dire che i conquistadores non mantennero la parola e, nonostante il riscatto, fecero fuori l'ultimo imperatore.

                  Le maglie di Kenemèri viaggiano orgogliosamente
Tornando al Koriqancha, gli spagnoli, invece di distruggere quello che era un punto di culto fondamentale della città, decisero di trasformarlo e sostituire il culto pagano con quello cristiano, costruendovi sopra il convento di Santo Domingo.
Questo sito, essendo appunto un luogo di culto, non rientra nel “Boleto Turístico”, come del resto le altre chiese e come la Cattedrale, una delle due chiese situate nella centralissima Plaza de Armas (l'altra è la chiesa dei gesuiti), il cui biglietto d'ingresso costa 15 soles (compresa l'audioguida in varie lingue), ma che vale veramente la pena visitare.
Uscito dalla cattedrale è veramente imperdibile una passeggiata nel quartiere di San Blas, che si snoda su strette salitine nelle quali abbondano i laboratori di artigiani che creano oggetti unici e bellissimi (manufatti in lana, pietra, legno ecc.) a prezzi accessibili. In questa parte della città ho potuto ammirare la famosa “pietra dai 12 angoli”, che sintetizza la maniera di costruire edifici incaica, con l'incastro millimetrico di pietre (anche enormi) levigate ad arte per poter combaciare l'una con l'altra. A San Blas merita poi una visita il Museo della Coca, che spiega i vari usi rituali e sociali di questa pianta importantissima per la popolazione andina e nel cui negozietto si possono acquistare caramelle, dolci, cioccolati aromatizzati alla coca nonché “mate”, il tipico the andino, utilissimo per combattere stanchezza e il “soroche”, il mal d'altitudine, e altri vari prodotti creati utilizzando questa pianta, che nel mondo occidentale è conosciuta essenzialmente per lo stupefacente che se ne può ricavare attraverso vari processi di lavorazione.
Grazie al Boleto Turístico, si possono poi visitare alcuni dei musei della città come il Museo d'arte contemporanea, la casa dello scrittore Garcilaso de la Vega el Inca o, il più interessante, il museo d'Arte popolare. Per conoscere poi qualcosa in più sulla storia della città si può visitare il monumento all'Inca Pachacutec, che si trova non lontano dalla stazione degli autobus. Ma senz'altro ciò che più attira è girare per le viuzze dei quartieri storici, visitare i vari mercati popolari e conoscere le facce, il modo di vivere e la cucina tipica dei cusqueños. Sono tante infatti le specialità gastronomiche, le migliori, a mio avviso (abbiano pazienza vegetariani e vegani), quelle a base degli ottimi animali delle Ande. A partire dal Rocoto relleno (ossia un peperone moooolto piccante ripieno di carne macinata, arachidi e altre bontà), passando per la carne di alpaca (saporitissima) e arrivando al cuy (il porcellino d'india) al forno o fritto. Una delizia, che però spesso si trova a prezzi spenna-turisti (basta girare un po', tuttavia, e si trovano dei ristoranti magari poco chic ma nei quali si mangia ottimamente e a prezzi accessibili). Ovviamente, anche i non carnivori hanno però di che godere, con patate e mais di così tante varietà che in Italia possiamo solo sognarci o con cereali di vario tipo che si utilizzano per zuppe ottime e nutritive. Tra le bevande le scelte sono due: birra “cusqueña” oppure “chicha”, una bevanda ottenuta dal mais che viene poi fatta fermentare, che si beve normalmente in delle locande che si chiamano appunto “chicherías”.
Un piacevole diversivo prima di cena è senz'altro lo spettacolo di musica e danze tradizionali che ogni giorno viene realizzato al “Centro Qosqo de arte nativo”, che dura circa un'oretta e che si può vedere con il biglietto cumulativo.
 
La forma di puma di Cuzco e le 4 parti dell'impero Inca
La zona intorno alla città è la cosiddetta “Valle sacra degli Incas”, una zona ricca di testimonianze lasciateci dalla popolazione autoctona e costruite prima dell'arrivo degli spagnoli lungo la valle del fiume Urubamba. La mia intenzione era quella di visitare i principali siti in maniera completamente autonoma, spostandomi con taxi collettivi e autobus. Tuttavia, avendo scoperto che la padrona dell'ostello in cui passavo la notte faceva anche la tour-operator, mi son fatto convincere a fare delle escursioni di gruppo con autobus e guida; in effetti, facendo due conti, fra spostamenti e costo della guida in ogni singolo sito, sarebbe risultato molto più costoso fare tutto per conto mio.
Così il giorno dopo sono partito per il tour del “Valle Sagrado” (prezzo totale 35 soles); la prima meta è stata il paesino di Pisac, animata da un gigantesco mercato di prodotti vari: dai gioielli fatti con argento e pietre colorate, fino ai prodotti alimentari e agli immancabili oggetti d'artigianato. A qualche chilometro dall'attuale paese, c'è l'antica Pisac, una vera e propria cittadina che si arrampica sulla cordigliera a un'altezza di quasi 3000 m.s.l.m.. Da Pisac il tour continua verso Ollantaytambo (con una pausa pranzo nel paesino di Urubamba) che ho così potuto visitare per la seconda volta, ascoltando la spiegazione di un'altra guida. Da lì si torna poi verso Cusco, ma facendo prima un'interessantissima sosta nel paesino di Chinchero, nel quale si può visitare la stupenda chiesetta ricchissima di decorazioni (purtroppo, viste le condizioni non eccelse, non si possono fare foto all'interno, ma è veramente sorprendente). A Chinchero, inoltre, il tour prevede una sosta presso un laboratorio tessile artigiano gestito dalle donne di una famiglia numerosissima, che si dedicano a filare, tingere, tessere e realizzare stupendi maglioni, sciarpe, guanti e oggetti vari in lana di alpaca. Dopo aver offerto ai turisti un mate de coca che serve a stemperare il freddo andino, le signore effettuano una dimostrazione di tintura delle fibre, tintura che avviene utilizzando sempre colori naturali (estratti da piante, insetti e altri elementi della natura).
                       Le piccole pietre di Saqsaywamán
Il giorno successivo, dopo aver girato ancora senza una meta precisa fra mercati, mercatini e gli angoli più nascosti di Cusco, ho poi effettuato un secondo tour organizzato: stavolta le mete erano più vicine alla città, ma altrettanto interessanti. La prima tappa era l'avamposto fortificato di Saqsaywamán, a circa due km dalla città, una sorta di forte costruito a protezione di Cusco e che venne parzialmente distrutto dopo l'arrivo degli spagnoli, che usarono molte delle pietre che lo costituivano per la costruzione di edifici cittadini, fra cui la cattedrale. Dopodiché ho potuto visitare il sito di Tambomachay, che era una sorta di ostello per il riposo dell'imperatore e in cui c'è una serie di sorgenti d'acqua collegate con un modernissimo sistema idraulico; poi ancora l'avamposto di controllo chiamato Puka Pukara, e infine il sito di Qenqo, una sorta di santuario sotterraneo in cui si svolgevano cerimonie religiose e probabilmente operazioni mediche.
                                     Alpaca al pascolo
Per mancanza di tempo, non ho potuto visitare altri due siti: quello di Tipón e quello di Moray, che oltre ad essere una sorta di vivaio per la coltivazione di vari prodotti agricoli, era una sorta di polo scientifico carico di energie legate alla Pacha Mama.
Infatti il giorno dopo, a metà mattina ho intrapreso il viaggio di ritorno...altre lunghissime 24 ore di autobus in direzione Lima. Cusco è però un posto nel quale un giorno o l'altro tornerò, ne sono più che sicuro. La sua magia è tale che c'è bisogno di più di una visita per poterne apprezzare al meglio l'essenza. Chi mi accompagna?



lunedì 21 gennaio 2013

Altrove: Cusco, Machu Picchu e la Valle Sacra degli Inca (parte 1)


Passare alcuni mesi in Perù per due anni di seguito ha significato per me tante cose: una necessità legata ai miei studi, la scoperta di un continente che desideravo conoscere da anni, una sofferenza nel lasciare la gente con cui vivo giorno per giorno, una stupenda esperienza per visitare luoghi a 10mila chilometri di distanza da casa.
Per il momento voglio tralasciare la prima parte del viaggio (durata circa un mese e mezzo) per concentrarmi sull'ultima settimana, nella quale ho messo in stand by i miei impegni di ricerca e ho deciso di regalarmi una settimana da turista. Non che mi piaccia fare il turista, però ogni tanto ci vuole!
La meta della mia vacanzina sono state le Ande, più precisamente la provincia di Cusco, nel sud del Paese. Partendo da Lima, la maggior parte dei visitatori che si reca in questa zona utilizza l'aereo: esistono tre compagnie che effettuano giornalmente la tratta Lima-Cusco per la somma di circa 100 dollari (solo andata). Io non potevo permettermi una cifra del genere e ho optato per raggiungere la mia meta via terra, con un autobus della compagnia MovilTours, una delle più comode, che per 105 soles (l'equivalente di circa 30 euro) mi ha scarrozzato sulle strade peruviane per circa 23 ore. Un viaggetto niente male, la cui prima parte è in realtà abbastanza noiosa, visto che percorre per circa 400 km l'autostrada Panamericana Sur, fino alla città di Nazca, attraversando un paesaggio semidesertico di scarso interesse. Una volta superata Nazca (famosa per le sue “linee”, che mi riservo di ammirare in un prossimo viaggio), ci si dirige verso est, iniziando lentamente l'ascesa verso le Ande. Qui il paesaggio cambia completamente e il viaggio si fa più interessante, se non altro perché sei costretto a tenere tutti i sensi allerta nella speranza che l'autista imbocchi bene le curve infinite. Tutto ciò finché non ti assale il sonno. Dopo quasi un giorno e una notte interi di viaggio sono arrivato a destinazione: Cusco, l'antica capitale dell'impero incaico, il cui nome originale è Qosqo, adattato poi al castigliano assumendo il nome di Cuzco, o Cusco.
Qosqo significa “centro”, “ombelico”, e in effetti la capitale era il centro da cui partivano le quattro parti dell'impero inca, il Tawantinsuyo, l'impero delle quattro parti (Tawa= 4; suyo=parte). Io ci sono arrivato intorno alle due del pomeriggio (mi sarebbe piaciuto arrivare al buio per poter ripetere la famosa frase pronunciata da Ernesto nel romanzo “Los ríos profundos” di Arguedas: “Entramos al Cuzco de noche...”) e dopo una brevissima passeggiata nella Plaza de Armas ho deciso di abbandonare subito la città, nonostante gli interessantissimi particolari che già a un primo rapido sguardo ti catturano, per dirigermi verso le rovine della cittadella inca di Machu Picchu. Mi sono dunque riservato la meta più famosa all'inizio.
Per arrivare a Machu Picchu le opzioni sono fondamentalmente due: prendere un treno da Cusco fino a Aguas Calientes (anche chiamato il “paesino di Machu Picchu”) spendendo circa 150 dollari (a/r col treno più economico); oppure risparmiare un pochino e arrivare alla stazione intermedia di Ollantaytambo con un taxi collettivo (10 soles, ossia meno di 3 euro e mezzo) e da lì prendere il treno, che per i non-peruviani costa (a/r) 96 dollari...una bella cifra, ma che vale la pena spendere. Fondamentale è, però, comprare in anticipo i biglietti, per non rischiare di non trovare spazio sul treno, che viaggia sempre al completo, vista la quantità di visitatori che ogni giorno transitano sulla linea. Importante è anche comprare in anticipo il biglietto di ingresso al sito archeologico, che si può acquistare on-line dal sito http://www.machupicchu.gob.pe/ (l'ingresso alla sola cittadella costa 128 soles), dato che al giorno possono entrare “solo” duemila persone.
Una delle cose che non ho gradito del mio percorso fino a Aguas Calientes è che il treno, sebbene abbastanza di lusso per gli standard peruviani, è una sorta di treno dell'Apartheid: infatti ha delle carrozze riservate per gli stranieri ben separate da quelle per i peruviani. Una cosa che ho dovuto accettare mio malgrado, e che mi ha costretto a separarmi, per le quasi due ore di viaggio, dalle persone conosciute durante l'attesa alla stazione. Arrivato ad Aguas Calientes mi sono però riunito a loro, un signore sulla quarantina e suo figlio adolescente, con i quali ho cercato un albergo nel quale passare la notte. In realtà non abbiamo neanche dovuto cercare, perché Aguas Calientes, che un tempo era una sorta di paesino del Far West che si sviluppava tutto intorno alla ferrovia, è ora il massimo del turismo: pieno di hotel di ogni categoria a un metro l'uno dall'altro, di ristoranti, bettole e bar. Inoltre, all'arrivo del treno, la stazione è invasa dai gestori degli hotel, quindi prima di uscire hai già trovato ciò che fa per te. Aguas Calientes, in realtà, ha questo nome per via delle acque termali che vi sgorgano e ci sono alcuni centri nei quali è possibile stare a mollo fino a tarda notte.
Dopo aver passato la notte condividendo una stanza con i miei due nuovi amici, ho deciso di svegliarmi prestissimo (alle cinque del mattino) per poter essere fra i primi ad entrare alla cittadella inca, che si trova in cima alle montagne circostanti e che si può raggiungere a piedi, con una salita che si percorre in poco più di un'ora, oppure con un comodo (ma caro) autobus che ti porta fino in cima. Io per tener fede a due dei miei difetti principali, la pigrizia e la taccagneria, ho deciso di salire in autobus e scendere a piedi. Occhio però: se volete fare sia l'andata che il ritorno in autobus dovrete comprare entrambi i biglietti ad Aguas Calientes, perché a Machu Picchu non c'è biglietteria.
Arrivato in cima intorno alle 6 del mattino sono stato accolto da una immensa nube bianca che nascondeva alla vista il famoso panorama. Ammetto che la cosa mi ha un po' deluso e che avrei voluto vedere sorgere il sole dalle montagne, ma le condizioni atmosferiche erano quelle che erano.
In realtà, dopo, più passavano le ore più capivo che la presenza delle nuvole rendeva ancora più magici e suggestivi i luoghi, dando loro un alone mistico e misterioso e permettendomi di scoprire poco a poco le varie parti della cittadella.
Nonostante avessi con me una guida (non la mainstream Lonely – che peraltro è piuttosto ben fatta- , né la Rough Guide, ma una vecchia guida pubblicata in Spagna a metà anni '90), ho deciso di affidarmi alla spiegazione di una guida del posto, soprattutto per solidarietà nei confronti di colleghi dell'altra parte del mondo. Il servizio delle guide costa fra i 15 e i 30 soles a testa e normalmente vengono formati dei gruppi di 4-5 persone. La spiegazione della guida è stata molto interessante, e direi che è quasi necessaria, a meno che non si sia degli esperti in storia e archeologia precolombiana. È durata circa due ore, dopo le quali ho avuto tutto il tempo per girovagare fra le rovine in tutti i loro meandri, scattare le classiche foto ricordo e andare ad accarezzare i lama che pascolano in una zona del sito.
Cosa dire di Machu Picchu? È considerata una delle meraviglie del mondo non a caso, uno di quei posti che ogni viaggiatore dovrebbe visitare almeno una volta nella vita. La sensazione che si prova corrisponde a una di quelle emozioni da sindrome di Stendhal, a cui si somma la consapevolezza di camminare su secoli di storia e una forte dose di vibrante energia che si respira in alcune zone del sito (soprattutto il Tempio del Condor, quello delle Tre Finestre e l'Intiwatana, la zona dell'orologio solare).
È come uno se lo aspetta: magnifico e imponente, nonostante lo sciame di persone. Ti trovi a circa 2400-2500 metri d'altezza, e le montagne creano un paesaggio spettacolare come pochi altri al mondo; inoltre, la vegetazione è quasi quella della foresta Amazzonica, perché ci si trova in quella che viene chiamata “ceja de selva”, ossia il versante montuoso della foresta. E proprio la foresta aveva inghiottito per circa quattrocento anni la cittadella, dopo che venne abbandonata nel periodo della conquista spagnola, fino al 1911 quando venne “scoperta” da uno studioso nordamericano, Hiram Bingham; questo magnifico posto era stato quasi completamente dimenticato, e solo pochissime persone erano a conoscenza della sua esistenza e della sua ubicazione.
Il nome significa Montagna Vecchia e a camminare per i suoi sentieri si respira l'amore per la Madre Terra, la Pacha Mama, importantissima per il popolo quechua.
Se si vuole si può acquistare un biglietto che costa un po' di più e che permette di salire al Wayna Picchu, la “Montagna giovane”, ossia l'altura che si erge proprio di fronte alla spianata su cui si trova la cittadella. Ci si arriva percorrendo per circa un'ora un sentiero e dalla cima si può godere di una vista dettagliata e, dall'alto, di tutto il complesso. Per gli spilorci che invece non vogliono spendere più dei 128 soles di ingresso (eccomi qua!) ma che non vogliono rinunciare a farsi comunque una passeggiata (per modo di dire, dato che in alcuni punti è piuttosto difficoltosa), dalla cittadella ci si può dirigere verso la cosiddetta Porta del Sole, o Intipunku in quechua, ossia l'ingresso megalitico che si trova a circa 50 minuti di cammino dal centro del sito. Questa porta si trova al termine del Cammino Inca ed era una sorta di punto di controllo prima dell'arrivo alla città. Si trova a 2720 mslm e per arrivarci bisogna attraversare un sentiero che in alcuni punti costeggia degli strapiombi impressionanti e che regala il panorama forse più emozionante di tutta la zona.
Dopo aver percorso a ritroso questa stradina mi sono concesso un'ultima passeggiata fra le rovine, prima di intraprendere la discesa verso Aguas Calientes. Nel bel mezzo del ritorno sono stato sorpreso dalla pioggia, che sapevo sarebbe arrivata prima o poi, ma fortunatamente avevo con me un “poncho” impermeabile; ma questo non è poi così interessante.
Prima di arrivare al paesino, subito dopo aver attraversato il ponte sul fiume Urubamba, si trova il Museo del sito, al quale si può accedere gratuitamente con il biglietto per la cittadella, in cui si trovano alcuni dei reperti archeologici trovati durante gli scavi.
Aguas Calientes, come già ho accennato, vive di turismo e abbondano dunque le bancarelle nei quali si vende artigianato, prodotti tipici e souvenir di qualsiasi genere. Ovviamente essendo a ridosso dell'attrazione turistica più visitata del Paese, i prezzi sono leggermente gonfiati.
Da Aguas Calientes ho ripreso il treno per Ollantaytambo... (CONTINUA)










lunedì 18 giugno 2012

ALTROVE: PERÚ- PARTE 3 – Sprofondare nella natura


Vivere per circa due mesi in Amazzonia è stata un'esperienza bellissima e a volte faticosa, non lo nego. Abituarsi al ritmo del Sole inusuale per me nel mese di agosto (alba ore 5, tramonto ore 18), ai ritmi della gente (perennemente in ritardo), mal si sposava con i miei personali difetti quali l'abitudine di svegliarmi tardi la mattina e andare a dormire tardi la notte.
Ciononostante piano piano le cose son migliorate, e ho capito che svegliarsi presto la mattina permette di conoscere delle abitudini della gente che non si possono osservare se non a quelle determinate ore. Permette ad esempio di notare come, anche in città, la mattina prestissimo la gente inizi le proprie attività quotidiane seguendo esattamente il ritmo del giorno, approfittando oltretutto delle ore più fresche.
Durante uno dei giorni trascorsi a Nauta, svegliarmi presto mi ha permesso di vedere come il porticciolo e il mercato si animino, e si riempiano di gente che vende e compra, di profumi e di prodotti del fiume, di pesci e banane, di polli e erbe medicinali.
Quella stessa mattina, assieme ai miei compagni di viaggio, abbiamo intrapreso una breve navigazione su un barcone di legno dotato di un motore fuoribordo chiamato pekepeke (perché si chiama così? Perché il rumore che produce è proprio questo: pekepekepeke pekepekepekepeke peke pekepeke pekepekepekepeke pekepekepekepeke) alla volta della comunità Miguel Grau, un piccolo villaggio nella foresta situato nei pressi dell'unione dei fiumi Ucayali e Marañón, dove nasce ufficialmente il Río delle Amazzoni.
In questo villaggio, composto da capanne di legno con i tipici tetti di foglie di palma, meno di dieci anni fa è stato inaugurato un “belvedere”: un'orrenda torre di metallo che svetta nel bel mezzo della comunità e che permette di osservare l'unione dei fiumi. La struttura non è altro che un pugno in un occhio, che stona completamente con la natura circostante. Ma tant'è: la presunzione di promuovere il turismo è ciò che ha spinto i governanti a costruire questo obbrobrio.
Però effettivamente la vista di cui si gode una volta arrivati in cima è spettacolare: l'immensità della foresta viene svelata e la rete dei corsi d'acqua traccia delle misteriose linee scure in mezzo al verde.
Una volta scesi dalla torre e risaliti sul pekepeke, ci siamo diretti esattamente nel punto in cui i fiumi si incontrano. Abbiamo chiesto al ragazzo che conduceva il nostro barcone di spegnere l'infernale motore e ci siamo goduti il silenzio amazzonico.
Fermi in mezzo all'incrocio dei fiumi gli unici rumori che si potevano sentire erano lo scrosciare dell'acqua sui barconi e i versi degli animali che giungevano smorzati dalle rive.
In questi attimi di tranquillità totale la sorpresa più emozionante è stata forse quella di incontrare alcuni degli abitanti del fiume: i delfini, sia quelli grigi sia quelli rosa tipici dell'Amazzonia, che si son avvicinati e sono emersi dall'acqua, quasi a salutarci.
Chiudere gli occhi mi ha permesso di sprofondare, forse per la prima volta in 26 anni di vita, nell'immensità della natura. Sentirla vicino e sentirmi parte di essa.
Poi un cellulare ha iniziato a squillare...

sabato 12 maggio 2012

ALTROVE: PERU' - PARTE 2 - Il dettaglio insignificante (bis)

 I dettagli insignificanti sono spesso numerosi al ritorno dai viaggi; che poi siano veramente insignificanti è una cosa tutta da verificare, dato che in realtà un significato ce l'hanno eccome, almeno nel momento in cui hanno luogo, e poi è solo colpa del tempo se li vediamo come particolari tralasciabili o non indispensabili.
O forse quelli che chiamo “particolari insignificanti” altro non sono che dei pretesti per parlare di posti su cui ci sarebbe tanto da dire, ma che difficilmente risulterebbero intellegibili alle persone che non ci sono mai state.
A Nauta il dettaglio insignificante è un cucchiaino di plastica: un dono ricevuto da un bambino di 3-4 anni.
Nauta è una cittadina minuscola...un paese fondato da un indio kukama la cui statua campeggia orgogliosamente nella Plaza de armas. Purtroppo Nauta è anche una città in cui i kukama sono lentamente spariti, almeno sulla carta: la loro lingua, cultura e tradizioni sono state date per morte per lungo tempo, sopraffatte dalla presenza e dallo strapotere dell'influenza occidentale, che ha cancellato poco a poco questo popolo. Da circa vent'anni tuttavia il popolo kukama sta risorgendo: attraverso dei processi di rivitalizzazione della lingua e la riscoperta di tradizioni relegate all'oblio per troppo tempo: in particolare dall'epoca del caucho, trauma profondo che ha lasciato indelebili tracce nella personalità di queste persone. Ognuno di essi possiede tragici ricordi legati a quest'epoca: stupri, violenze e vessazioni di ogni genere sono episodi che si cerca di nascondere, per troppo dolore o per vergogna.
Non che la contemporaneità sia più generosa con loro: lo sfruttamento petrolifero inquina i loro fiumi e costringe gran parte della popolazione, che da sempre si è dedicata alla pesca, a tirare avanti senza garanzie per il futuro. Senza parlare della tristemente nota strada che collega la cittadina a Iquitos: 100 km d'asfalto (gli unici nel raggio di migliaia di km²) che hanno portato pochissimi benefici e tanti danni: hanno soprattutto favorito l'aumento dello sfruttamento della prostituzione (soprattutto infantile) e l'espandersi della criminalità.
Uno dei mezzi fondamentali per la rinascita, o meglio, per il ritornare in superficie della cultura kukama, è rappresentato da Radio UcaMara, emittente di proprietà della chiesa ma gestita in maniera completamente autonoma da Leonardo Tello, un giovane insegnante kukama la cui vita è stata segnata dallo stato di subalternità a cui son sempre stati relegati i kukama.
Leonardo è una persona ricca di iniziativa e di idee, a cui servirebbero delle giornate di 48 ore per poter realizzare ogni suo progetto e allo stesso tempo avere una vita privata.
Nella sua infinità disponibilità, il giorno che ci siamo conosciuti ci ha invitati nella sua umile casa e assieme a lui abbiamo mangiato un ottimo ceviche, un piatto tipico peruviano a base di pesce crudo (che sulla costa è ovviamente pesce oceanico, mentre in Amazzonia è pesce di fiume).
Alla fine del pasto, il minore dei suoi tre figli, Miguel, mi regalò il cucchiaino. Perché l'avesse fatto non lo so, io lo interpreto come un simbolo e come memento: è il segno che i kukama vivono nella contemporaneità, che esistono e ri-appaiono sullo scenario della vita amazzonica.

mercoledì 28 marzo 2012

ALTROVE: PERÚ-PARTE 1- Il dettaglio insignificante

Parlare di un viaggio mica è una cosa semplice. Soprattutto quando il viaggio è lungo, ricco di esperienze, di quelle esperienze a cui non sei abituato, di quelle cose che ti lasciano senza parole o con troppe parole e la curiosità può essere soddisfatta solo attraverso le domande. Anche se a volte le domande sono intromissioni nell'intimità e anche nel dolore delle persone che incontri. 
Per questo, a volte, ripensando a un viaggio a distanza di tempo, quello che ci torna in mente è un particolare insignificante, un dettaglio al quale non si era pensato per mesi, ma che in quel momento aveva assunto un senso e suscitato emozioni. 
Ma è giusto che tutti possano capire ciò di cui parlo, quindi è necessario fare un piccolo corollario introduttivo: il luogo è Iquitos, città nel mezzo della foresta amazzonica peruviana. 

Iquitos è una sorta di isola che non c'è, per arrivarci basta sostituire “la seconda stella a destra” con “il secondo fiume a destra”; “l'isola che non c'è” in realtà è tutta la regione amazzonica, che per lungo tempo è stata (a dirla tutta lo è ancora) invisibile al resto del Perù. Diventa visibile solo quando c'è qualcosa da sfruttare, non importa che sia il caucciù, il petrolio, il legname o più recentemente l'acqua. A scapito ovviamente della gente che nella regione ci vive. 
In realtà Iquitos è una città che si è sviluppata proprio grazie allo sfruttamento della regione da parte di gente venuta da fuori. Porta il nome di un popolo praticamente scomparso, di cui oggigiorno non rimane che qualche decina di persone, e ha un fascino decadente dato dall'accostamento di una pomposa architettura di inizio '900 e la semplicità delle costruzioni di legno tipiche di tutto il bacino amazzonico. 

A Iquitos fa un caldo bestiale, l'umidità raggiunge delle percentuali che non oso neppure immaginare e si suda ininterrottamente dalla mattina alla sera, per non parlare della notte. 
Per sconfiggere il caldo le possibilità sono: 
1- aspettare che si scateni un temporale (cosa che succede più o meno ogni giorno senza preavviso alcuno) e rimanere sotto l'acqua ad inzupparsi. 
2- andare in qualche spiaggetta in qualche ansa di fiume e farsi un bel bagno nelle tiepide acque degli affluenti del Rio delle Amazzoni (opzione preferita) 
3- andare alla Casa Fitzcarraldo e fare un bagno in piscina. 



La Casa Fitzcarraldo è un pezzo di foresta nel bel mezzo della città, è facile da raggiungere anche se è un posto frequentato principalmente da stranieri. 
Fitzcarraldo era uno di quei personaggi che si arricchì alla fine del 1800 grazie all'estrazione del caucciù e allo sfruttamento delle popolazioni indigene che lavoravano per lui alla stregua di schiavi. Era una di quelle persone che “se pensi che faceva parte del genere umano, ti viene voglia di nazionalizzarti serpente”. La cosa strana è che un genio come Werner Herzog ci faccia un film e te lo faccia pure sembrare simpatico.

 La Casa Fitzcarrlado (mai capito se fosse effettivamente stata la casa di questo barone della gomma) è piena di foto scattate durante la lavorazione del film, ha una piscinetta circondata da alberi altissimi ai quali sono appese amache di ogni colore ed è, in definitiva, un posto tranquillo dove rilassarsi nonostante si senta l'eco del rumorosissimo traffico della città. Io ci sono stato due volte in due mesi. 
La seconda volta, mentre ero intento a cazzeggiare nella maniera più assoluta con gli occhi chiusi a bordo piscina, ho iniziato a sentire delle note familiari...una canzone che non riuscivo bene a distinguere fra il rumore del vento tra gli alberi e il lontano ronzio dei mototaxi. 
Mi son concentrato per sentire al meglio la canzone a bassissimo volume che arrivava da delle casse posizionate a una certa distanza dalla piscina, fino a individuarla: Morna, di Vinicio Capossela. 
Perché c'era quella canzone? Un regalo per me? Per farmi sentire più vicino a casa nonostante la lontananza e la mancanza delle persone indispensabili? Inutile dire che non ho ancora trovato una risposta a queste domande...