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mercoledì 26 marzo 2014

24EFFEPIESSE: “Beh, come vi è sembrato?”

Sono certa che questa sia la domanda che meglio incarna questa rubrica. Infatti qui ci occuperemo di mettere per iscritto le primissime impressioni dopo la visione di un film al cinema, attraverso un breve (e anche un po' stupido) racconto. Cercheremo ovviamente di non “spoilerare” niente!



RECENSIONE “SMETTO QUANDO VOGLIO”

Ore 19:15, con ben 15 minuti di ritardo ci mettiamo in marcia per arrivare allo spettacolo delle 20:00. Arriviamo giusto in tempo, facciamo il biglietto, bagno e poi entriamo nella buia sala. Ci sediamo nelle inaspettatamente comode poltroncine e iniziano gli infiniti e lunghissimi trailer. Come dei buzzurri, ridiamo e commentiamo sguaiatamente le anticipazioni dei film; per alcuni non si può proprio farne a meno, soprattutto quando vedi Colin Farrell con le sue sopracciglia sempre incurvate intento a storpiare una storia d’amore improbabile e (immagino) inguardabile. Altri commenti arrivano quando vediamo ben due trailer che hanno come protagonista Aaron Paul (Jesse di Breaking Bad) e non possiamo non notare (sempre in maniera poco delicata) la qualità dei film che ha scelto di interpretare, mah!
Comunque, dopo questa lunghissima attesa, che quasi ci fa dimenticare il motivo per cui siamo là, inizia il film. E cala il silenzio. Trascorrono i primi 40 minuti, e a un tratto il film s’interrompe e si accendono le luci: 5 minuti di pausa. Ma davvero?! In un film di un’ora e quaranta mi metti i 5 minuti di pausa? Non c’era stata tutta questa clemenza per il signore degli anelli! In ogni caso, la pausa viene sfruttata al meglio chi va a fumare una sigaretta flash, chi va in bagno, e chi rimane accoccolato nelle poltroncine. La pausa termina, e inizia la seconda parte del film. Un'oretta e the end.

Usciamo dalla sala e c’incamminiamo verso la macchina. Durante questa passeggiata si parla di tutto, tranne che del film appena visto, quasi a voler rimandare un argomento che, sappiamo bene, sarà il protagonista assoluto del viaggio in macchina e oltre . E infatti appena entriamo in macchina, un impavido fa la fatidica domanda: “Beh come vi è sembrato?”
Dopo un breve istante per rimettere insieme i pensieri, inizia la nostra recensione a caldo.
Ora, per comodità identificherò le persone che commentano con un personaggio dei Simpson:
La gattara scioglie il ghiaccio: “Carino, non mi aspettavo niente di più e niente di meno. Non è un capolavoro, una leggera commedia italiana. Anche se, probabilmente, non è un film da cinema, soprattutto per una come me che al cinema, purtroppo, ci può andare raramente. Però mi ha strappato qualche sorriso, ma è più un film da divano di casa che da cinema, sinceramente”.

Gengive sanguinanti: “Sì dai, alla fine era molto carino, uno sviluppo della storia sicuramente al di sopra delle righe. Viene trattato un tema molto attuale, quello del ricercatore universitario che...diciamo, non se la passa benissimo. Però cade molto spesso nello stereotipo: anche i personaggi sembrano un po’ delle macchiette. Inoltre anche i dialoghi sembravano poco sviluppati, soprattutto quelli tra la banda, non sembrava ci fosse una sintonia, nonostante fossero appunto una
banda, dai dialoghi non trapelava nessun tipo di legame. Però, tutto sommato, mi è piaciuto, un film davvero piacevole”.

Duff Man: “Mah, io forse mi aspettavo un po' di più , soprattutto dopo aver visto il trailer. Mi è sembrata una puntata di The Pills dilatata, quindi anche poco coinvolgente. Anche secondo me la caratterizzazione dei personaggi risultava essere un po’ troppo stereotipata, i due latinisti…mamma mia li ho trovati a dir poco irritanti.”

Gengive sanguinanti: “Verissimo! L'unico personaggio che usciva un po' dalla macchietta è il chimico robusto, che almeno si è evoluto durante il film, gli altri così erano e così sono rimasti durante tutto il film, non c'è stato alcun tipo di crescita.”

Otto Disk: “Sì, sono d’accordo, molto carino, anche io come Duff Man sono rimasto forse troppo affascinato dal trailer che mi ha un po’ sfasato le aspettative: è montato davvero molto bene, dinamico, incalzante, e questo nel film un po’ manca. Inoltre mi è sembrato che le scene più carine siano state proprio quelle messe nel trailer. E poi, Valeria Solarino, bona quanto vuoi, ma la recitazione mi ha fatto davvero pena ”.
Duffman: “Dai, però sono contento di essere andato al cinema a vederlo, è giusto appoggiare questa nuova realtà del cinema italiano, con attori giovani e talentuosi.”

Gattara: “Quello sì, almeno si sta cercando di andare oltre ai film “comici” dei Vanzina, mamma mia. Ma sono l'unica a cui non è piaciuto neanche l'economista? Libero De Rienzo? Non so...io l'ho trovato un po' troppo caricato (anche se effettivamente lo erano un po' tutti).”

Duff Man: “A me è piaciuto! Anzi, forse uno dei più forti!”

Gengive sanguinanti: “Anche a me è piaciuto!”

Otto Disk: “Anche a me!”

Gattara: “Vabbè...come non detto, però non capite niente!”

Senza neanche rendercene conto, siamo arrivati a casa, e ad aspettarci c'erano gli altri amici che non sono potuti venire con noi, e la prima domanda, indovinate qual è stata? “Beh, come vi è sembrato?”
E via, nuovo giro nuova corsa!

Il trailer:



giovedì 23 maggio 2013

24EFFEPIESSE: "Su Tempus Torrau"


Questo video non vuole dimostrare niente, vuole solo mostrare, ragionare sulla nostra percezione delle cose, sulla nostra posizione nel mondo... e sullo scorrere del tempo che tutto trasforma. Interroga e fa parlare la nostra gente. Parla della nostra memoria storica, parla dei nostri luoghi, li raccontano le persone, i ricordi, i gesti, i suoni, la musica, le risa, ciò che era e che non è, parlano di noi la polvere, le finestre chiuse di una casa abbandonata, gli intonaci scrostati. Parlano di noi i frammenti di pietra spezzati, la terra incolta, l'erba selvatica... un invito a riflettersi per riflettere, a trovare risposte in noi stessi e nella nostra memoria, un invito all'agire contro l'apatia e la rassegnazione. Partecipare... per esserci e insieme creare un futuro. Perché su tempus est torrau...

Sono un appassionato di documentari (a periodi trattasi di patologia), e una delle ragioni principali di questa mia mania è semplice: penso non ci sia mezzo migliore per raccontare, spiegare, esprimere un concetto o una storia. Stai seduto comodamente in poltrona con il tuo portatile, senza muovere un dito e alla fine del documentario, se il regista ha fatto bene il suo lavoro, scopri la soddisfazione del sapere.
Le righe con cui ho aperto questo articolo sono l’input di uno dei lavori di cui parlo sopra: sono infatti state scritte a nome dell'Associazione di Promozione Sociale “Qedora”, che il 4 e 5 maggio ha presentato un lavoro portato a termine dalla sapiente mano del talentuoso Federico Rescaldani, Roberto Spanu e dalla presidentessa di “Qedora” Daniela Inconis.
Su Tempus Torrau”, è un documentario che fa rivivere emozioni di sessant'anni fa ai più anziani e stuzzica la curiosità dei più giovani. In venti minuti di interviste, accompagnate dalla sognante chitarra di Marco Meloni, lo spettatore rivive le strade e gli spazi di San Gavino Monreale come li vedevano i nostri nonni, facendo scattare un meccanismo nella testa dell'ascoltare che porta a una fusione tra passato e presente.
Pur non essendo sangavinese sono riuscito ad apprezzare tantissimo il modo in cui Federico, Roberto e Daniela hanno ridato vita ai ricordi. La scelta di un montaggio rilassato, le interviste mai noiose e sempre interessanti elevano questo lavoro a qualcosa di più di un lavoretto paesano destinato a una circolazione ristretta ai parenti. 

L'Associazione “Qedora” (Il nome QEDORA nasce dalla contrazione di QUI E ORA) è composta da un gruppo di persone che hanno come obiettivo la riscoperta del passato e di tutti quegli usi e costumi che col tempo rischiamo di perdere. Per far si che questo non accada l'associazione sta promuovendo dei laboratori come quello di cestineria iniziato a marzo presso il centro “Anziani Sempre Giovani”. Per non fare torto a nessuna delle tante attività di “Qedora”, vi rimando al sito www.qedora.it dove potrete trovare tutte le informazioni che desiderate.
Se invece volete rifarvi gli occhi con i lavori di Federico Rescaldani questi sono gli indirizzi dove potete trovarli: Canale Youtube e il Canale Vimeo . Ve li consiglio vivamente perché il ragazzo ha talento e farà strada!
Come ultimo saluto non potevo non linkarvi l'oggetto di questo mio articolo: è con vero piacere che vi presento “Su Tempus Torrau”:














giovedì 4 aprile 2013

Babele/24effepiesse: The war on democracy


Hugo Chávez è morto da qualche giorno; nel momento in cui scrivo questo articolo è ancora in corso il suo funerale a Caracas. In questi giorni navigando su Internet ho letto tanti articoli che ricordavano questo peculiare personaggio del panorama Latino-americano e del mondo intero. Ho letto anche commenti di persone che lo rimpiangono ma che votano PD, e gente che ne festeggia la morte stigmatizzandolo come se fosse il diavolo in persona.
Ho anche notato che alcuni hanno pubblicato un documentario “The War on Democracy”, che ha attirato la mia attenzione e che ho prontamente visto.
Il documentario, opera del giornalista australiano John Pilger, esprime già dal titolo l'essenza del suo contenuto: la critica alla politica imperialista statunitense dal secondo dopoguerra a oggi. In effetti il titolo è un richiamo piuttosto esplicito allo slogan utilizzato negli ultimi anni dal governo nordamericano per giustificare le sue azioni di politica estera: la presunta “guerra al terrorismo”.
La locandina del film
Ci si occupa, in questo caso, di quella porzione del mondo che è stata definita come “cortile di casa” degli USA, ossia l'America Latina.
Il documentario, realizzato nel 2007, ha come asse centrale proprio la figura di Hugo Chávez, del quale viene narrata l'ascesa al potere nel 1999 e sottolineata l'attenzione verso le classi più povere della popolazione: i provvedimenti volti al miglioramento delle condizioni sanitarie e dell'istruzione si unirono infatti alla cacciata delle imprese straniere che fino ad allora detenevano il controllo sulle importantissime risorse petrolifere venezuelane. Questa statalizzazione dell'estrazione petrolifera non fu ovviamente vista positivamente dal governo statunitense, ma non solo: anche all'interno del Paese l'opposizione al governo di Chávez si fece pesante, in particolare nei settori agiati della popolazione, detentori della maggior parte delle televisioni e dei mezzi di comunicazione, che iniziarono così una forte campagna volta alla criminalizzazione del presidente (sia all'interno del Paese, sia in Occidente).
Viene poi narrato il tentativo di Colpo di Stato del 2002, che portò al sequestro di Chávez per alcuni giorni, fino a quando la popolazione si riversò numerosissima per le strade e accerchiò il palazzo di Miraflores, sede del governo, chiedendone la liberazione. È questo per Chávez il momento cruciale della sua traiettoria politica: in un'intervista rilasciata allo stesso autore del documentario, dichiara che dopo gli avvenimenti di quei giorni, ciò che gli rimase fu semplicemente la volontà di dedicare quello che gli sarebbe restato da vivere a quel popolo, soprattutto ai più poveri.
Il regista, John Pilger, con Hugo Chavez
La mano statunitense nell'organizzazione del golpe ai danni di Chávez, seppur negata più volte, risulta evidente dal comportamento tenuto dai politici nordamericani ma soprattutto da alcuni documenti della CIA che vengono citati puntualmente da Pilger. E del resto, come sottolineato magistralmente nel documentario, questo non fu che uno degli ultimi atti della politica imperialista statunitense nei confronti degli stati latino-americani. Iniziando dal 1950 in Guatemala e continuando nel corso dei decenni in praticamente tutti i paesi sudamericani, la politica estera statunitense, dietro presunte questioni di sicurezza nazionale (la famigerata “minaccia comunista”), ha agito fondamentalmente su un solo binario: quello della deposizione di governi “non allineati” attraverso l'appoggio (più o meno esplicito) a colpi di stato militari. Questi, nella stragrande maggioranza violentissimi, hanno portato solitamente alla sostituzione di governi democraticamente eletti con personaggi vicini agli Stati Uniti. Il caso forse più tristemente eclatante e conosciuto è rappresentato dal golpe cileno del 1973, che portò alla morte del presidente Salvador Allende e alla presa di potere del generale Augusto Pinochet. Gli anni della dittatura fascista di Pinochet hanno gettato le basi per una profonda trasformazione del Paese andino per quanto riguarda l'economia: il Cile rappresenta infatti uno di quegli “esperimenti sociali” che, sulla base delle teorie liberiste di Milton Friedman e attraverso privatizzazioni selvagge, hanno acuito le differenze sociali, portando al consolidamento di una minoranza ricchissima e di un enorme settore della popolazione che si ritrova in condizioni di indigenza.
Le situazioni di Guatemala, Cile, Bolivia, El Salvador, Nicaragua, Venezuela sono solo alcuni degli esempi che il documentario di John Pilger descrive per mettere in luce come gli interessi economico-politici statunitensi abbiano messo in gioco la vita di migliaia di persone su tutto il suolo latino-americano. Ma la cosa più indignante è senza dubbio l'arroganza e la strafottenza con la quale tutte queste violenze siano costantemente negate: ne dà un esempio Duane Clarridge, capo della CIA per l'America Latina tra il 1981-84, che non esita a definire le accuse delle organizzazioni per i diritti umani (Amnesty International fra tutti) come “bullshit”, stronzate.
The war on democracy” è un documentario consigliatissimo, che affronta delle tematiche scomode e allo stesso tempo lancia un messaggio di speranza per il cambiamento. Si trova su Vimeo a questo indirizzo, in inglese con sottotitoli in inglese (se non siete espertissimi non lasciatevi spaventare, con i sottotitoli è comprensibile!).
Buona visione a tutti!








giovedì 21 marzo 2013

24Effepiesse: "El dia de la bestia"

Chi l'avrebbe mai detto? Anche io posso scrivere delle recensioni cinematografiche. Sì, nonostante sia uno dei meno aggiornati ed esperti sull'ottava arte che ci sia in circolazione, voglio cimentarmi con l'impresa. In realtà guardare film mi piace, e pure molto, ma ho il difetto di essere uno veramente abitudinario: uno di quelli che rivede lo stesso film 20 volte e che sa recitare a memoria brani lunghi un quarto d'ora di “Lo chiamavano Trinità” o di “Una poltrona per due”, ma che non ha mai visto Blade Runner o Guerre Stellari. Al cinema ci vado poco e nulla, ogni tanto scarico qualcosa, ma devo essere sincero: quando si parla di cinema, preferisco stare zitto ed ascoltare gli altri.
Ma quei film visti e rivisti sono per me autentiche perle, imperdibili e assolutamente consigliabili, e ho deciso dunque di condividere alcune delle mie passioni.
Inizio con una pellicola spagnola del 1995, scritta e diretta dal regista Álex de la Iglesia: “El día de la Bestia”, uscita anche in Italia con lo stesso titolo.
Il film è un vero e proprio cult in Spagna (mi azzardo a dire che gli spagnoli della mia età che non l'hanno visto sono veramente pochi) ed è una divertentissima commedia horror caratterizzata dal grottesco, dall'eccesso e dall'heavy metal.
Il protagonista è un erudito prete basco, Ángel Berriatúa (interpretato da Álex Angulo) che durante i suoi studi teologici scopre che il 25 dicembre 1995, a Madrid, nascerà l'Anticristo. Si reca dunque nella capitale (nella quale, come presagio, è iniziata un'ondata di delinquenza fomentata soprattutto dal gruppo neonazista Limpia Madrid, Pulisci Madrid) con lo scopo di trovare e annientare il neonato. Per riuscire ad avvicinarsi al “maligno” e scoprire dove nascerà l'Anticristo si propone di compiere “tutto il male possibile”: inizia dunque a compiere furti, a maledire persone in punto di morte e...ascoltare metal!! Conosce così il giovane metallaro José María (interpretato magistralmente da Santiago Segura, che diventerà poi famoso con la trilogia del poliziotto lercio Torrente) che lo aiuta nella sua missione.
El día de la Bestia, che vinse 5 premi Goya, permise ad Álex de la Iglesia di consacrarsi come regista e allo stesso tempo inserì nel circuito commerciale la “commedia satanica”, che fino ad allora circolava solo nella sub-cultura. Il film non ha momenti di stagnazione, l'azione è pressoché ininterrotta e risulta veramente godibilissimo. La colonna sonora comprende canzoni composte a proposito da alcuni fra i gruppi rock storici spagnoli (Def con Dos, Extremoduro, Negu Gorriak, Eskorbuto).
Una piccola curiosità, alcuni personaggi secondari sono interpretati da noti attori italiani: in particolare Maria Grazia Cucinotta in versione biondona, che dimostra le sue poche doti attoriali.
In definitiva, El día de la Bestia, nonostante non sia un capolavoro, è senz'altro un film che mi sento di consigliare per passare un'ora e 40 minuti di divertimento leggero all'insegna dell'humor nero. Buona visione!












giovedì 7 marzo 2013

24effepiesse: L'Arcano Incantatore


Pupi Avati non è solo un regista di commedie, ma anche di grottesco, horror, noir, thriller. Ha scritto e diretto alcuni film che ormai sono entrati nel mito; film di culto per tutti i fruitori dell'horror in generale. Tutti conosciamo “La Casa dalle Finestre che Ridono”, vero marchio di fabbrica di quel modo di trattare la paura da un punto di vista bucolico e provinciale, più terrificante di un qualsiasi scenario urbano e caotico. Il versante “horror” di Avati porta con sé una paura strisciante: la costante impressione che si celi qualcosa nel buio, vicino a te, forse addirittura dentro di te. Avati riesce a rendere questa sensazione realistica, imprimendola sulla pellicola.
Nel corso della sua carriera ha diretto e scritto vere e proprie gemme preziose ma, a parte il succitato successo, non è mai uscito dalla penombra dell'horror italiano seventies, pur avendo diretto film del calibro di “Zeder”, “Il nascondiglio”, o i primi grotesque “Balsamus, l'uomo di Satana” e “Thomas e gli Indemoniati”. Registi quali Argento, Bava o Fulci hanno avuto un successo maggiore, a volte meritatamente e, a mio modesto parere, altre volte no.
Di recente, mentre mi aggiornavo riguardo ad alcune filmografie dei miei registi preferiti, mi sono resa conto (grazie a Wikipedia eh eh) di avere una lacuna enorme in quella del buon Avati! Questa mancanza prende il nome de “L'arcano Incantatore”.
Il film è uscito nel 1996 e in tutti questi anni mi è clamorosamente sfuggito, capita! Ma forse è stato meglio così; guardarlo da adulta e con un certo tipo di istruzione alle spalle mi ha permesso di apprezzarne tutte le sfumature, anche quelle più nascoste. Infatti il film è presentato come un horror esoterico, e lo è davvero! Ci sono tanti di quei simboli e richiami arcani/enigmatici/oscuri nelle scenografie e nella trama da poterci scrivere un intero libro sopra. Ma è anche un film con un forte sapore di periferia, di campagna, di isolato. La nebbia del mattino, albe sconfinate, paesaggi mozzafiato e, sullo sfondo, il provincialismo e l'ignoranza astrusa dei paesani che ingigantiscono dicerie a partire dal comunissimo “ho sentito che...” creando così l'intera suspance, facendo rincorre le voci, mescolando ciò che realmente si vede e ciò che è accennato.
Il protagonista è Giacomo Vigetti, un seminarista cacciato da Bologna per aver messo incinta una giovane ragazza, poi costretta dallo stesso ad abortire. A questo punto Giacomo cerca un posto dove rifugiarsi e viene indirizzato verso una sinistra villa. Qui incontra una donna che si nasconde dietro un dipinto e di cui non vedrà mai il volto; con lei stipula un patto di sangue che lo porta al servizio, come segretario, di un ex monsignore allontanato dalla Chiesa perché occultista, chiamato “arcano incantatore”.
Parte così una escalation di avvenimenti che portano Giacomo su un terreno terrificante, misterioso e affascinante. Non vi svelo altro riguardo alla trama perché è un film tutto da scoprire: un viaggio iniziatico che ognuno deve compiere da sé.
In realtà quest'opera, della quale fino a ora ho esaltato solo gli aspetti positivi, non è priva di difetti. Innanzitutto la trama a volte è veramente troppo contorta ed ermetica: in alcuni punti, se non si ha dimestichezza con l'argomento, è parecchio difficile da seguire. Inoltre, a parte la bravura di Stefano Dionisi (Giacomo Vigetti) e Carlo Cecchi (l’arcano incantatore), gli altri attori, pur essendo comprimari, non risultano essere all'altezza dei due protagonisti. Tuttavia, questi difetti non offuscano minimamente la bellezza del film: la sua forza è nella tensione, figlia di quel buon cinema che ti fa cagare nelle mutande senza mostrare troppo, nella sospensione del reale e nel dubbio.
Chiaramente, vi consiglio di guardarlo perché è un ottimo film, che dopo 17 anni dall'uscita ha ancora molto da dire.
Buona visione!






lunedì 18 febbraio 2013

24effepiesse: Synecdoche, New York


Scrivere una recensione di un film senza sapere ancora se quel film ti è piaciuto o meno è una cosa difficilissima. Infatti, alla domanda secca: “Ti è piaciuto?” non so rispondere, perché mi vengono in mente motivazioni totalmente contrastanti.

Synecdoche, New York è scritto da Charlie Kaufman, lo stesso sceneggiatore di bellissimi film quali Il ladro di orchidee, Eternal Sunshine of the Spotless Mind (vedi la recensione by kenemèri http://kenemeri.blogspot.it/2013/01/24effepiesse-eternal-sunshine-of.html ), Essere John Malkovich, eccetera, alla sua prima prova anche da regista. La firma indiscussa di questo talentuoso autore sono delle storie intricate e folli che scavano in profondità verso particolari aspetti della vita umana: il ricordo, la formazione e costruzione delle idee, l'autostima. Le trame sono quasi orpelli bellissimi costruiti sopra delle fondamenta di introspezione e autoanalisi.

Synecdoche, New York racconta la storia di un autore e regista teatrale, uno spettacolare Philip Seymour Hoffman, e della sua vita che gli si sgretola in mano. Un'ipocondria esagerata e la sua grande e smisurata Opera teatrale sono tutto ciò che gli rimane in una spirale autodistruttiva a senso unico.

Synecdoche è un film volutamente lento, è come una graduale discesa all'interno della vita di un uomo, con le giuste pause e le burrascose cadute. La Sineddoche, la figura retorica che indica una parte per il tutto: un'opera teatrale che soppianta la vita stessa, in un gioco/delirio di sostituzione e sdoppiamento surreali.

Una cosa è certa: questo film non può lasciare indifferenti. Non c'è speranza, non c'è via d'uscita, Synecdoche è un film di una tristezza unica.

Nomi o cognomi, città o espressioni hanno durante il film rifermenti non sempre nascosti. Ad esempio la città in cui è ambientata la storia, Shenectady, ha praticamente la stessa pronuncia del titolo del film. Lo stesso nome del protagonista Caden Cotard riprende il nome della sindrome di Cotard, una sindrome psichiatrica caratterizzata dalla convinzione illusoria di essere "morti", di avere perso tutti gli organi vitali o tutto il proprio sangue.
Il film, uscito nel 2009, in Italia non è ancora stato distribuito, ma poco male: si trovano senza fatica i sottotitoli per gustarsi appieno questo delirante lungometraggio.

Concludo riportando un interessante stralcio di intervista da parte di Wired a Kaufman:
Adaptation (Il ladro di orchidee) o Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello) avevano, alla fine, una valvola di salvataggio, un concetto intelligente che la gente capiva. Non c’è nulla del genere in questo film, cosa che è più simile alla vita. Le cose volano via e vanno fuori di testa e l’essere incomprensibile sembra il processo dell’esistenza. Questo è quello che mi sono proposto di esplorare. Non so. Forse non è una buona idea per un film.






giovedì 17 gennaio 2013

24EFFEPIESSE: Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello)


"Ah guarda, un film di Jim Carrey e Kate Winslet...se mi lasci ti cancello, sembra un film simpatico, perché non ce lo guardiamo, giusto per trascorrere un pomeriggio in allegria"
ahahahah...ora che ci ripenso...povera ingenua!

Attenzione [SPOILER] 


"Eternal sunshine of the spotless mind"(verso di una poesia di Alexander Pope), in italiano si è trasformato in "Se mi lasci ti cancello". Titolo che, in effetti, spiega in pochissime parole il contenuto del film, ma che sicuramente disorienta il pubblico dal reale significato della trama.
Ancora non riesco a capacitarmi di questa scelta, probabilmente dettata da motivi di marketing per attirare il pubblico di Jim Carrey, il quale, abituato a vederlo in commedie brillanti, non l'avrebbe sicuramente abbandonato in questa sua ulteriore performance.
Ma qui siamo ben lontani dalla commedia, ma soprattutto dal Jim Carrey di “Una settimana da Dio”. Siamo di fronte a un film drammatico, intenso, introspettivo e psicologico.
Fondamentalmente è una storia d'amore tra Joel (Jim Carrey) e Clementine (una bravissima Kate Winslet).
La pellicola inizia come la classica storia tra due fidanzati: incontro casuale, uscite sempre più frequenti, l'innamoramento, i litigi e la separazione; si seguono tutte le fasi, come da manuale.
Ma in questa società, si ha la possibilità di dimenticare tutto. Una ditta (Lacuna) offre la possibilità di cancellare determinati ricordi, specialmente quelli delle storie d'amore passate. In neanche 24 ore, i dolori allo stomaco, al cuore, la sofferenza della fine di un amore, cessano immediatamente, eliminando definitivamente quella persona dalla tua memoria.

Questo è ciò che fa Clementine, ragazza allegra, impulsiva, forse troppo insicura.
Quando Joel, per puro caso, scopre di "essere stato eliminato", in preda alla disperazione di essere ormai uno sconosciuto per lei, decide di fare altrettanto.
Inizia la cancellazione. Per fare questo Joel deve ricordare tutta la sua storia con Clementine, dalla sua nascita. E andando avanti si rende conto di non volerlo fare! Lui vuole tenersi tutti quei ricordi, quelle lunghe passeggiate sul lago ghiacciato, i discorsi senza capo né coda, le litigate continue; vuole che il ricordo di Clementine rimanga per sempre con lui. Ma è troppo tardi. Lui è sedato, incosciente, mentre gli scienziati smanettano col suo cervello; Joel vede pian piano svanire tutto, e in preda alla disperazione cerca di manipolare il suo subconscio, tentando di nascondersi tra i suoi ricordi, per salvare quello che ancora può di Clementine.
Cancellare dalla mente qualcuno che hai intensamente amato, è possibile, ma cancellarla dal cuore è pressoché impossibile.
Quando ami intensamente, devotamente, e questo amore va a disintegrarsi facendoti soffrire talmente tanto da farti piegare dal dolore, da farti sentire anche stupido, cerchi in tutti i modi di riaggrapparti a tutti i tuoi ricordi, belli e brutti che siano. Ma sono questi i sentimenti che ci rendono vivi.

"The eternal sunshine.." (mi prendo la libertà di abbreviare il titolo originale, ma il titolo italiano non lo dirò MAI PIÙ!) cerca di entrare nella complessa psicologia di questo particolare momento della vita, attraverso il linguaggio del sogno e del ricordo. Per questo motivo, a molti, potrà sembrare un film un po' troppo contorto, che sicuramente deve essere guardato con attenzione. Ma grazie all'ingegno dello sceneggiatore Charlie Kaufman (Essere John Malkovic; Il ladro di orchidee, Confessioni di una mente pericolosa), la trama risulta abbastanza scorrevole (ma l'attenzione deve essere sempre alta!) e emotivamente coinvolgente; e la regia di Michel Gondry (regista di videoclip dei Radiohead, Bjork, Chemical Brothers) riesce nella difficilissima impresa di riprodurre questi sogni e ricordi con degli effetti speciali poco ingombranti, senza mai cadere nello sfarzo hollywoodiano.
Un film dalla grande intensità emotiva, che entra in maniera violenta dentro di noi. Per questo motivo, ritengo che sia necessario essere più o meno preparati a ciò che si sta andando incontro, e la scelta di tradurre il suo originale titolo in questo modo, avrà sì attirato un pubblico che magari non l'avrebbe neanche considerato, ma allo stesso tempo ha permesso che quest'opera non venisse degnamente apprezzata.




lunedì 7 gennaio 2013

24effepiesse: DIAZ, DON’T CLEAN UP THIS BLOOD


Tra il 19 e il 21 luglio 2001, si riunirono a Genova gli otto “grandi della terra”, i rappresentanti di quelli che allora erano considerati come gli otto paesi economicamente più sviluppati del Mondo, al fine di discutere delle scelte politiche da compiere per il futuro di tutto il pianeta. Questi incontri avvenivano periodicamente e in varie città del mondo. In occasione di ogni incontro si creava un movimento di persone, associazione e gruppi politici che contestava le scelte neoliberiste compiute dal G8, chiedendo a gran voce un nuovo tipo di globalizzazione, più vicino alle esigenze e ai bisogni delle persone. Anche in Italia si creò questo movimento che, dopo essersi organizzato in un unico soggetto politico, il Genoa Social Forum (che era in grado di tenere al suo interno gruppi di differente sensibilità politica, dai cattolici ai gruppi extra-parlamentari appartenenti ai centri sociali), organizzò le manifestazioni di dissenso nei confronti del G8. Il Movimento era sicuramente molto forte e lo Stato scelse di “mostrare i muscoli” al fine di poterlo fermare e sconfiggere. Genova venne praticamente militarizzata: sia il 20 che il 21 luglio i vari cortei e sit-in di protesta vennero caricati dalle forze dell’ordine che portarono avanti una vera e propria caccia all’uomo nei confronti dei manifestanti. Il momento più importante avvenne il 20 luglio: dopo che il corteo organizzato dalle tute bianche venne caricato in un punto autorizzato del percorso, via Tolemaide, e dopo due ore di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, Carlo Giuliani venne ucciso da due colpi di pistola sparati dalla pistola di Mario Placanica, agente dei carabinieri di Palermo. In conclusione di questi due giorni, quando tutto sembrava ormai concluso, avvenne invece il terribile episodio della scuola Diaz: poco prima della mezzanotte del 22 luglio i reparti della celere entrarono nella scuola Diaz e diedero vita ad un pestaggio violento nei confronti di manifestanti inermi xe increduli di fronte a tanta rabbia. Vennero ferite circa 87 persone, di cui tre finirono addirittura in prognosi riservata e uno in coma. Coloro che non vennero feriti finirono nella caserma di Bolzaneto , dove vennero sottoposti per alcuni giorni a torture e umiliazioni continue.

Daniele Vicari, il regista di Diaz, sceglie di raccontarci quest’ultimo episodio della Diaz e alcuni fatti relativi a Bolzaneto. La trama si dispiega attraverso la descrizione del blitz delle forze dell’ordine alla scuola vissuto da punti di vista e angolature differenti: quello del giornalista Luca della Gazzetta di Bologna, che dopo la morte di Carlo Giuliani vuole vedere da vicino ciò che sta succedendo a Genova (nella realtà esso rappresenta Lorenzo Guadagnucci, giornalista di Altreconomia e del Resto del Carlino e portavoce del Comitato Verità e Giustizia per Genova, autore lo scorso anno insieme a Luca Agnoletto del libro “L’eclissi della democrazia”, che tratta dieci anni di processi riguardanti ciò che è avvenuto in quei terribili giorni del luglio del 2001), quello di Nick, un manager che si interessa di economia solidale, arrivato a Genova per seguire il seminario dell’economista Susan George; quello di Anselmo, un vecchio militante della CGIL che ha preso parte ai cortei contro il G8 con i suoi compagni pensionati e decide di rimanere una sera in più a Genova per poter visitare la tomba di una sua parente (dietro cui si cela Arnaldo Cestaro); quello di Max Flamini, vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma (i riferimenti a Michelangelo Fournier, colui che per primo parlò di ciò che avvenne in quelle scuola come di una “macelleria messicana”, sono evidenti); Alma, Marco e Franci, militanti politici e attivisti che dopo aver assistito a quei tragici momenti si mettono a disposizione del Genoa Social Forum alla ricerca dei dispersi; Etienne e Cecile, due anarchici francesi diretti protagonisti degli scontri di quei giorni. Il film si basa completamente, secondo una precisa scelta del regista, su tutti i documenti e gli atti giudiziari prodotti durante i processi istituiti in seguito a quei tragici fatti.

Secondo il mio modestissimo parere, il film, nonostante abbia dei limiti e delle lacune evidenti (la stessa scelta di raccontare ciò che è stato oggetto di azione giudiziaria fa si che ciò che viene descritto di quei tragici momenti nel film non rappresenti la realtà ma solo un ritaglio di questa: in questo senso mancano i racconti di coloro che non hanno voluto, per rifiuto dello strumento giudiziario o per l’intollerabilità del ricordo, o potuto, perché hanno firmato dichiarazioni menzognere, in una lingua non loro e in assenza di tutela legale, intraprendere l’azione legale; mancano i fatti di cui non si è potuto fornire la prova processuale, e di questo ritaglio nel tessuto del reale si deve necessariamente tenere conto) può comunque essere uno strumento utile per ridiscutere di quei giorni e di ciò che è avvenuto, di coglierne la complessità senza nascondersi dietro facili capri espiatori (è tutta colpa dei “black bloc”!) o complottismi di sorta (“erano solo dei poliziotti infiltrati”). E’ senza dubbio un documento importante perché squarcia il velo di omertà su ciò che è avvenuto ormai più di dieci anni fa (sebbene molti siano stati i documenti, i film e i documentari che siano stati prodotti, nessuno di essi è stato in grado di arrivare a un livello ampio di pubblico). Ad esso, però, come già precedentemente spiegato, si deve ovviamente accompagnare una discussione e un dibattito su quei giorni contestualizzandolo agli avvenimenti attuali ( la militarizzazione di Genova in quei giorni, ad esempio, non è tanto dissimile dalla militarizzazione che la Val Susa sta “subendo” in questi giorni).
Prima di concludere, altre due annotazioni molto interessanti: la prima riguarda la scelta del regista di affidarsi, nonostante la presenza di alcune star come Elio Germano e Claudio Santamaria, ad un racconto corale senza basare la storia sulla forza e l’importanza di tali star; la seconda invece riguarda la capacità che ha avuto il regista di narrare le vicende senza alcuna indulgenza nei confronti dell’estetizzazione dell’orrore che ha pervaso molto cinema, facendo della pretesa denuncia dell’orrore uno strumento di anestetizzazione della violenza. Concludendo, è importante vedere questo film non perché sia in grado di portare una verità oggettiva su quei fatti (impossibile, nonostante siano tantissimi coloro che si attendono questo), ma perché attraverso di esso è possibile costruire discussioni, dibattiti e conoscenze che portano a sfidare e abbattere quella che sta diventando la verità egemone su Genova e dintorni.







lunedì 3 dicembre 2012

24effepiesse: Once Upon a Time in America

«As boys, they made a pact to share their fortunes, their loves, their lives. As men, they shared a dream to rise from poverty to power. Forging an empire built on greed, violence and betrayal, their dream would end as a mystery that refuse to die.»
 «Da ragazzi, hanno fatto un patto per condividere le loro fortune, i loro amori, le loro vite. Da adulti, hanno condiviso il sogno di sollevarsi dalla miseria al potere. Fondando un impero costruito sull’avidità, sulla violenza e sul      tradimento, il loro sogno sarebbe finito in un mistero che si rifiutava di morire. »

 Spesso capita di stare a casa con amici e sentirsi chiedere in maniera un po’ bastarda: “Consigliami un film, che stanotte non so cosa fare..” così da trovarti immerso, nei minuti seguenti, nei classici dubbi amletici, tipo: “Mah, ce ne sono tanti, non saprei, di che genere?Recente? Boh, ne ho visto uno da poco ma non mi è piaciuto tantissimo (paraculata), prova a guardare questo….” Et voilà: rovinata una salda amicizia con il primo nome di merda che ti passa in mente, magari finendo anche bollato come quello che guarda filmacci. Per evitare simili situazioni, da quasi 10 anni vado ormai sul sicuro: 220 minuti, regia di Sergio Leone e musica del grandissimo Ennio Morricone.

Ed ecco a voi C’era una volta in America, ultimo film diretto dal maestro (1984) e terzo della cosiddetta trilogia del tempo (C'era una volta il West e Giù la testa). Già con questi presupposti se non l’avete visto, potreste smettere di leggere e iniziare a guardarlo. La prima volta che lo vidi avevo forse 14 anni e ne rimasi sconvolto, tutt’oggi è probabilmente il mio film preferito. La pellicola nasce da un progetto decennale del regista, che si discosta della propensione western dei precedenti film e racconta, attraverso l’uso del flashback e di frequenti sbalzi temporali, la vita di 4 ragazzi, "Patsy", "Cockeye", "Noodles" e "Max", spalmata e mescolata ad arte in un déjà vu di circa 45 anni dell’America Gangster del primo ‘900. L’arco temporale è suddiviso a sua volta in 2 blocchi principali, frazionati in 3 date fondamentali: 1923 - 1933 - 1968. David "Noodles" Aronson, interpretato da un meraviglioso Robert de Niro, è il protagonista principale accanto a Maximilian "Max" Bercovicz, un James Woods nella (forse) più bella interpretazione della sua carriera. Le varie sezioni della storia si separano e si rimescolano in varie porzioni senza però creare caos. Si parte dal ’68 e si cade nei ricordi. I due, amici inseparabili fin dall’infanzia, capeggiano una piccola banda nel quartiere ebraico della New York anni '20, compiendo scippi, furti, ricatti. Dieci anni più tardi, ormai adulti e in affari in pieno proibizionismo, portano a termine “lavori” per boss molto rilevanti e influenti.
Benchè violenze e brutalità (spesso gratuite, ma funzionali allo stile realistico voluto dal regista) non manchino, tutto ha un alone appassionato, suggestivo, condito da una fondamentale storia d’amore e un' infedele ma indissolubile amicizia. Il tempo ne è però l’elemento essenziale, l’oppio un felice contorno, e un fondo comune in una cassetta di sicurezza alla stazione risulta, a sorpresa, essere il punto saliente della trama. Il film è senza dubbio un Capolavoro indiscusso del cinema, e merita di entrare nel proprio bagaglio culturale e cinematografico, sia per la parte tecnica che per la parte sonora; ma non voglio anticiparvi altro, finirei nello sgradito spoiler. Che dire, Grazie Sergio, e buona visione.

Il trailer:



lunedì 29 ottobre 2012

LEGGENDONE: I Miserabili


Finalmente ho finito la lettura de "I Miserabili"di Victor Hugo scritto nel 1862. 
È stata un'impresa, ma solo per la sua lunghezza (sono ben 1660 pagine), non sicuramente per il suo contenuto. 
Leggerlo prende sicuramente un bel po' di tempo, ma una volta che si arriva alla fine, ci si rattrista ad abbandonare le imprese di Jean Valjean (o Giovanni Valjean, a seconda della traduzione). 
"I Miserabili" è un libro poliedrico, dalle mille sfaccettature, si passa dall'azione della rivoluzione, a un'innocente e pura storia d'amore, per poi passare alla filosofia, alla politica, insomma accontenta più o meno tutti i gusti! 
Fondamentalmente è un romanzo storico, ambientato nella Parigi post Restaurazione e abbraccia un periodo di circa 20 anni, con alcune digressioni alle vicende della Rivoluzione francese, alla battaglia di Waterloo, e alla monarchia di Luglio, eventi che aiutano il lettore a capire il pensiero politico dei personaggi. 

A proposito di questi ultimi, come dice il titolo stesso, sono dei Miserabili, provengono dalla bassa, bassissima società: Lo stesso Valjean è un ex-forzato che durante il suo cammino redime la sua anima; percorrerà la sua intera vita su questa strada, cercando di reprimere il suo istinto "malvagio". Incontriamo poi prostitute dall'animo nobile; famiglie di delinquenti; giovani rivoluzionari; fanciulle.. e mi fermo qua perché l'elenco sarebbe piuttosto lungo e probabilmente noioso. 
Tutti i personaggi percorrono le stesse strade Parigine incrociandosi come dei semplici passanti ma inconsapevoli del fatto che le loro vite, in un modo o nell'altro, si incontreranno. 
Hugo racconta i suoi personaggi a 360°, rendendo impossibile per il lettore provare indifferenza per anche uno di loro: sarà immediato provare tenerezza, commozione,ammirazione per alcuni di questi protagonisti, altri invece verranno odiati e disprezzati. D'altronde sono talmente tanti i personaggi che risulta abbastanza semplice provare una miriade di sentimenti contrastanti. 


Quando leggo un bel libro, penso sempre a come potrebbe essere la sua riproduzione in film, e de "I Miserabili" ci sono state diverse trasposizioni. Tra tutte ho scelto (anche per motivi forzati, non avendo trovato nient'altro) di guardarmi il film diretto da Bille August, del 1998. 
Il cast mi sembrava convincente, Liam Neeson nella parte di Jean Valjean, Caire Danes nella parte di Cosette, Uma Thurman in quella di Fantine, insomma un cast di tutto rispetto, che lasciava i presupposti piuttosto positivi. 
Beh, se un minimo vi è piaciuto il libro, fate una cosa: non guardate mai questo film! 
La prima parte, che tratta dell'infanzia di Fantine, l'ho trovata complessivamente buona. Ma una volta superato questo, la trama viene rivisitata per far rientrare un librone di tali dimensioni, in un film dalla durata di 2 ore, il che è un impresa, secondo me, impossibile. 
Sono stati tagliati personaggi, e di conseguenza eventi a loro attribuiti, dall'importanza fondamentale per la dinamica dell'intera storia. 
La bellezza di questo libro sta proprio (come detto precedentemente) nell'intreccio delle storie. Queste storie sono talmente "avvinghiate" l'una con l'altra che, eliminando anche solo una di esse, si perde il significato della vicenda e del profondo messaggio che Hugo ha trasmesso nelle pagine del libro. 
I personaggi presenti nel film, vengono trattati con grandissima superficialità, tanto da non provare per nessuno di loro alcun tipo di sensazione, il che rende tutto molto arido e finto. 
L'unica nota positiva l'ho trovata nelle ambientazioni. È bello vedere riprodotte in un film gli scenari che avevi immaginato leggendo il libro; ma di questo, sinceramente, do il merito alla scrittura del libro, talmente dettagliata da essere quasi inevitabile pensare a determinati paesaggi e luoghi. 

Lo so, forse sono un po' troppo cattiva rispetto a questa trasposizione, ma purtroppo non posso fare altrimenti, mi ha decisamente delusa. 
Non so come siano gli altri film, e probabilmente, per paura di ricevere un ulteriore delusione, lascerò i ricordi del libro da soli con la mia immaginazione.



lunedì 24 settembre 2012

PREVIOUSLY ON #6

Oggi vi voglio parlare della serie tv "the Firm". 
Vi ricordate il film "il Socio" con Tom Cruise? Questa serie è stata tratta dallo stesso libro di John Grisham. Quindi, più o meno, potete immaginarvi di cosa tratta. Azione, complotti, colpi di scena, tensione e ancora tensione. 
Questa è una delle poche serie tv che mi ha ingannato. Di solito il Pilot (la prima puntata) mi basta per capire se la serie vale il tempo di guardarla o è solo pattume. 
In questo caso le prime puntate mi hanno proprio ingannato. L'inizio nel bel mezzo del casino, i flashforwards all'inizio e alla fine degli episodi, riescono ad intrigarti, costruiscono bene il disastro successivo. Come un castello di carte in attesa di un uragano. 
Il mio consiglio è di non cominciarla, o se l'avete cominciata di farmarvi subito, ora, prima che sia troppo tardi. Perchè oltre che orrenda la serie è anche lunghissima (22 episodi), e dopo che arrivi alla sesta-settima puntata dici: "eh no, ora voglio proprio vedere come va a finire!". Terribile sbaglio! Lasciate o voi che siete ancora in tempo. 
La serie è stata cancellata (giustamente dico io), quindi non ci sarà un seguito, e vi svelo che gli sceneggiatori o non lo sapevano, o se lo sapevano sono dei criminali e andrebbero portati di tutta fretta a Guantanamo. 
Una serie tv davvero inutile, piena di falle e di momenti melensi fuori luogo. L'attore principale, dopo una prima puntata in cui non sembra niente male, appare sempre con la stessa espressione: bocuccia aperta, occhi sgranati, e sopraciglia incurvate. Eternamente stupito. Come i finti sceneggiatori di Boris quelli di the firm, avevano il tasto "f8= basito". 
Quindi attenzione gente, questa più che una recensione è un articolo di avvertimento, non fatelo, ve ne pentirete! 



PS. Questo articolo serve per redimere il mio animo, dopo aver commesso il gravissimo peccato di consigliare questa serie ad una cara amica. Come giustificazione posso dire che avevo visto solo il pilot. In ogni caso SCUSA!










venerdì 7 settembre 2012

24effepiesse: Happy Days Motel

Udite udite!!!
Sono da poco terminate (esattamente il 1° giugno) le riprese del lungometraggio HAPPY DAYS MOTEL, opera prima di Francesca Staasch: il film è stato interamente girato nella zona del Medio Campidano, di Cagliari e del Porto di Olbia. Happy Days Motel è insieme un road movie, un noir contemporaneo e una commedia acida e surreale: racconta il grottesco e sconclusionato viaggio di un uomo normale, Balti (Lino Guanciale, noto al grande pubblico per l’interpretazione, tra le altre, di W.A. Mozart nel film Io, Don Giovanni (2009)) – uno che dalla vita non si aspetta altro che di essere lasciato dove sta – in una dimensione popolata di personaggi ai limiti: Laura (Valeria Cavalli) ha perso sua figlia dopo 7 anni di coma, Dustin (Luigi Iacuzio) è un meccanico autolesionista che arrotonda facendo il gigolò, Lupo (Luciano Curreli) e Candy (Valeria Belardelli, per la prima volta sullo schermo) sono un’improbabile coppia di innamorati platonici, lui cinquantenne tossicodipendente, lei diciottenne maniaco‐compulsiva. Cinque storie che si intrecciano all’interno di un motel e che raccontano altrettanti spaccati di vita quotidiana tenuti insieme dall’improbabile storia del commesso viaggiatore Balti il cui arrivo al motel provoca una reazione a catena che obbligherà ognuno dei personaggi a confrontarsi con i propri desideri più profondi.
La sceneggiatura del film, scritta da Francesca Staasch e Daniele Malavolta, è stata finalista al concorso internazionale del RIFF Rome Indipendent Film Festival 2009 e ha ottenuto la menzione speciale al Sonar Script Festival 2009. Il film, prodotto da Bruno Tribbioli e Alessandro Bonifazi per Blue Film è il terzo lungometraggio prodotto dalla società romana in Sardegna dopo “Beket” e “La Leggenda di Kaspar Hauser”. Nel cast anche Lino Musella, Simeone Latini, Massimiliano Medda, Lea Gramsdorff, Cristina Pellegrino e Marco Lampis.
Happy Days Motel fa parte di quei progetti “low budget” a sostegno dei giovani autori coprodotti da Rai Cinema e FourLab per una distribuzione in rete e per i successivi canali di distribuzione. La regista, Francesca Staasch, diplomata nel 1997 in “Art e Technique of Film‐making” alla London International Film School di Londra, nel 2003 ha partecipato al Talent Campus di Berlino e ha al suo attivo 32 regie di spettacoli teatrali e performance e 15 regie di cortometraggi. La produzione esecutiva in Sardegna è stata curata da Argoove Media Intelligence & Productions; determinante l’apporto degli sponsor per la realizzazione del film.

Cosa c’è di strano? La location del film è una parte atipica di Sardegna e, al contrario di quello che accade solitamente, il film non è un documentario sull’isola. Non è neanche uno di quei film di avventura in cui, per evitare una lunga e costosa trasferta ai Caraibi, si opta per una isolata spiaggia della costa isolana. La storia di Happy Days Motel, che in loco ha avuto il patrocinio e la collaborazione dei Comuni di Arbus, Gonnosfanadiga, Guspini e Sanluri, che hanno ospitato la maggior parte dei set, avrebbe funzionato ugualmente se fosse stata ambientata o girata in una qualsiasi regione italiana o europea e invece il regista, (seguendo i consigli di Andrea Spano che ne ha curato la produzione esecutiva) per la sua prima opera cinematografica, ha scelto di girare nella ”anonima” e poco inflazionata provincia del Medio Campidano (a cui si sono aggiunte anche le città di Cagliari e Olbia) nella quale nell’arco di 100/150 km, si passa dal mare alla montagna, dal porto industriale allo stagno dei pescatori, dalla città al borgo minerario. Paesaggi, e storie di vita, che troppe volte noi stessi sardi sottovalutiamo ma che in realtà sono sempre stati e continuano a essere fonti di ispirazione per tanti artisti.

lunedì 23 luglio 2012

24effepiesse: KENEFILM- I film preferiti dai Kenemèri's #2



Devo essere sincera, trovare il mio film preferito è stata un'impresa molto difficile, e infatti non ci sono riuscita. Per questo ho deciso di consigliarne UNO dei tanti presenti nella mia infinita lista. 
Ho deciso di scegliere “Vanilla Sky”. So che risulterà una scelta per molti impopolare, ma ora sto ascoltando la colonna sonora, e mi ha riportato alla mente questo romantico film. Ma andiamo con ordine. 
Vanilla Sky è un film girato da Cameron Crowe nel 2001, ed è un remake di un film spagnolo Apri gli occhi (Abre los ojos) di Alejandro Amenábar del 1997.

Vanilla Sky presenta una trama piuttosto complessa, e dai continui colpi di scena: il protagonista è David Ames (Tom Cruise), un ragazzo bello e fortunato, ereditario di una casa editrice di New York. La sua vita è assolutamente perfetta, o quasi. Infatti l'incontro con Sofia, una giovane ragazza dai modi gentili (Penelope Cruz) gli farà apprezzare nuovamente le piccole cose: un "cielo colorato stile Monet", camminare per la strada abbracciati...insomma: una rivoluzione della mente...e dell'anima. Ma questi sono solo attimi, che verranno interrotti dall' "amica di scopate" di David, Julie Gianni (Cameron Diaz) la quale, follemente innamorata del giovane (e assolutamente non corrisposta), si schianta volontariamente con la macchina nella quale si trovava anche David. Julie perderà la vita, e David rimarrà invece completamente sfigurato. La depressione attanaglia il giovane, che si isolanda completamente dal mondo: la sua rosea visione del mondo ora non è più tanto piacevole, e per riacquistare anche solo un minimo di quel cielo color vaniglia corre alla ricerca di Sofia.
Ricongiunti, sembra che tutto sia tornato alla normalità, anzi tutto sembra troppo bello per essere vero. Infatti qualcosa non quadra, e ciò che sembrava essere un sogno, si trasforma incredibilmente in un terribile incubo. 
Lo so, questa trama è davvero povera, infatti potrebbe sembrare l'ennesimo film romantico diabetico, ma vi assicuro che non è così; ma se solo scrivessi una parola in più potrei essere accusata di spoilerare!
Il film è basato sui continui e bruschi mutamenti della trama, che lasciano lo spettatore un po' stordito e incuriosito, ma tutto avrà poi un senso logico.  

Come detto precedentemente Vanilla Sky è un remake di un film spagnolo. La trama è praticamente la medesima, e addirittura anche alcuni attori sono gli stessi (Penelope Cruz in Apri gli occhi interpreta lo stesso ruolo); nonostante ciò le emozioni che regalano sono assolutamente differenti. 
Questa mia piccola recensione pro Vanilla Sky sarà una voce fuori dal coro, anche perché se andate un po' in giro per la rete, vedrete come critici e spettatori disprezzino questo film, perché non ha una trama originale; perché con i soldi di Hollywood è molto semplice "patinare" e rifare un film del genere fantascientifico come questo..e su queste argomentazioni non ho niente da ridire. È verissimo che la sceneggiatura è tutta spagnola, ed è altrettanto vero che il budget utilizzato per Vanilla sky é sicuramente più alto rispetto a quello per Apri gli occhi; ma, e con ciò? questo non dovrebbe sminuire la bellezza e la poesia di un film. Ovviamente tanto di capello ad Amenábar per l'originalità del suo soggetto!
Il mio è un parere basato semplicemente sulle emozioni che un film mi trasmette, e Vanilla Sky a differenza di Apri gli occhi, riesce sempre a farmi sognare, attraverso i suoi colori, i suoi scenari,le sue musiche ..per circa 130 minuti divento veramente romantica!

Ma una parte che ritengo fondamentale è sicuramente la colonna sonora. Una OST dall'incredibile bellezza, ma sopratutto varietà. Sono ben 55 canzoni, ogni attimo del film è accompagnato da grandi artisti, troviamo Paul McCartney, Radiohead, R.E.M, Sigur Ros, Bob Dylan, Chemical Brothers, John Coltrane, Jeff Buckley...e tanti altri grandi della musica.
Beh ora non mi resta altro che augurarvi una buona visione, e anche un buon ascolto! 


lunedì 25 giugno 2012

24effepiesse: KENEFILM- I film preferiti dai Kenemèri's



A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Esse continuano a vivere dopo di lui, e così egli diventa immortale. 
(Will Bloom)  

Avrei potuto fare la figa e scegliere un film polpettone, di quelli impegnati, un po' radical chic, ma rispettati dai più. Ma non riesco a mentire neanche tramite un foglio elettronico, perciò parlerò del mio vero film preferito. Accidenti, avrebbe potuto essere "Il settimo sigillo" (che mi piace molto, ma non è il mio preferito), e invece è "Big Fish" di Tim Burton, sì, proprio questo. Ci sono altri film che mi piacciono da impazzire, come "Into the Wild", ma "Big Fish" ha qualcosa in più, porta con se un radicato sentimento quasi familiare, non so come spiegarlo, è forse l'affresco del primordiale rapporto padre-figlio meglio riuscito nella storia del cinema. Mi prendo la responsabilità di questa mia ultima affermazione, forse per i critici ci sono film di gran lunga superiori su questo argomento, ma per me no. Questo film pur essendo fiabesco è più vero di un qualsiasi lungometraggio drammatico con situazioni credibili, vero nella sua assurdità. Ci sono giganti, pesci enormi, gemelle siamesi, streghe dall'occhio di vetro, situazioni inverosimili. C'è tanta fantasia, tanti rimandi ad altri film del passato e alla letteratura di spessore, c'è un po' di tutto, ma in fondo è un continuo inseguirsi tra passato (favolistico e colorato) e presente (reale e quasi oscuro) che infine si confondono in un finale grandioso. "Big Fish" è uscito nel 2003, ha un buon cast con Ewan McGregor, Albert Finney, Jessica Lange, Helena Bonham Carter, Steve Buscemi e Danny DeVito, ha una storia convincente, un finale emozionante, un regista capace e una colonna sonora impeccabile a cui ha contribuito anche Eddie Vedder con la canzone "Man of the Hour" (inutile dire quanto sia bella). Questo film ha tutto ciò che mi può piacere, e il risultato finale è una pellicola perfettamente in linea con la mia persona, per questo motivo è il mio preferito. 



La storia è più profonda di quanto possa apparire, l'intreccio è magico. Un padre che racconta delle storie assurde e grottesche al figlio, e un figlio talmente attaccato alla realtà da allontanarsi dal proprio padre a causa della sua naturale tendenza all'esagerazione. Un padre incompreso, un figlio che si sente meno importante del mondo fantastico in cui suo padre pensa di vivere. Un padre eccentrico e un figlio normale. Ma cos'è la normalità? Me lo chiedo ancora, dopo tanti anni che guardo questo film. Ed Bloom non è un padre modello, ma è un uomo che vive la sua vita al meglio e senza paura di mostrarsi per ciò che è. Chi non vorrebbe essere così? Ed Bloom è le sue storie, è una loro estensione e loro lo cullano fino alla fine, sono il suo mondo, e alla fine forse anche suo figlio Will riesce a comprenderle. 
Se l'avete già visto capirete di cosa sto parlando, se non l'avete mai visto vi consiglio di farlo, ma attenzione, non è il classico film di Tim Burton, è una versione potenziata del regista, che raramente si è ripetuta. Non me ne vogliano i Burtoniani doc, per dovere di cronaca vi assicuro che io lo adoro, ma forse questo è stato il suo momento più alto, pur avendo realizzato altri film di altissimo livello, qui sublima se stesso da ogni punto di vista. 
Il pesce è grande, il film pure. Preparate i fazzoletti e i pop corn e buona visione.