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mercoledì 27 agosto 2014
Cinema Sotto Le Stelle
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mercoledì 26 marzo 2014
24EFFEPIESSE: “Beh, come vi è sembrato?”
Sono certa che questa sia la domanda che meglio incarna questa rubrica. Infatti qui ci occuperemo di mettere per iscritto le primissime impressioni dopo la visione di un film al cinema, attraverso un breve (e anche un po' stupido) racconto. Cercheremo ovviamente di non “spoilerare” niente!
RECENSIONE “SMETTO QUANDO VOGLIO”
Ore 19:15, con ben 15 minuti di ritardo ci mettiamo in marcia per arrivare allo spettacolo delle 20:00. Arriviamo giusto in tempo, facciamo il biglietto, bagno e poi entriamo nella buia sala. Ci sediamo nelle inaspettatamente comode poltroncine e iniziano gli infiniti e lunghissimi trailer. Come dei buzzurri, ridiamo e commentiamo sguaiatamente le anticipazioni dei film; per alcuni non si può proprio farne a meno, soprattutto quando vedi Colin Farrell con le sue sopracciglia sempre incurvate intento a storpiare una storia d’amore improbabile e (immagino) inguardabile. Altri commenti arrivano quando vediamo ben due trailer che hanno come protagonista Aaron Paul (Jesse di Breaking Bad) e non possiamo non notare (sempre in maniera poco delicata) la qualità dei film che ha scelto di interpretare, mah!
Comunque, dopo questa lunghissima attesa, che quasi ci fa dimenticare il motivo per cui siamo là, inizia il film. E cala il silenzio. Trascorrono i primi 40 minuti, e a un tratto il film s’interrompe e si accendono le luci: 5 minuti di pausa. Ma davvero?! In un film di un’ora e quaranta mi metti i 5 minuti di pausa? Non c’era stata tutta questa clemenza per il signore degli anelli! In ogni caso, la pausa viene sfruttata al meglio chi va a fumare una sigaretta flash, chi va in bagno, e chi rimane accoccolato nelle poltroncine. La pausa termina, e inizia la seconda parte del film. Un'oretta e the end.
Usciamo dalla sala e c’incamminiamo verso la macchina. Durante questa passeggiata si parla di tutto, tranne che del film appena visto, quasi a voler rimandare un argomento che, sappiamo bene, sarà il protagonista assoluto del viaggio in macchina e oltre . E infatti appena entriamo in macchina, un impavido fa la fatidica domanda: “Beh come vi è sembrato?”
Dopo un breve istante per rimettere insieme i pensieri, inizia la nostra recensione a caldo.
Ora, per comodità identificherò le persone che commentano con un personaggio dei Simpson:
La gattara scioglie il ghiaccio: “Carino, non mi aspettavo niente di più e niente di meno. Non è un capolavoro, una leggera commedia italiana. Anche se, probabilmente, non è un film da cinema, soprattutto per una come me che al cinema, purtroppo, ci può andare raramente. Però mi ha strappato qualche sorriso, ma è più un film da divano di casa che da cinema, sinceramente”.
Gengive sanguinanti: “Sì dai, alla fine era molto carino, uno sviluppo della storia sicuramente al di sopra delle righe. Viene trattato un tema molto attuale, quello del ricercatore universitario che...diciamo, non se la passa benissimo. Però cade molto spesso nello stereotipo: anche i personaggi sembrano un po’ delle macchiette. Inoltre anche i dialoghi sembravano poco sviluppati, soprattutto quelli tra la banda, non sembrava ci fosse una sintonia, nonostante fossero appunto una
banda, dai dialoghi non trapelava nessun tipo di legame. Però, tutto sommato, mi è piaciuto, un film davvero piacevole”.
Duff Man: “Mah, io forse mi aspettavo un po' di più , soprattutto dopo aver visto il trailer. Mi è sembrata una puntata di The Pills dilatata, quindi anche poco coinvolgente. Anche secondo me la caratterizzazione dei personaggi risultava essere un po’ troppo stereotipata, i due latinisti…mamma mia li ho trovati a dir poco irritanti.”
Gengive sanguinanti: “Verissimo! L'unico personaggio che usciva un po' dalla macchietta è il chimico robusto, che almeno si è evoluto durante il film, gli altri così erano e così sono rimasti durante tutto il film, non c'è stato alcun tipo di crescita.”
Otto Disk: “Sì, sono d’accordo, molto carino, anche io come Duff Man sono rimasto forse troppo affascinato dal trailer che mi ha un po’ sfasato le aspettative: è montato davvero molto bene, dinamico, incalzante, e questo nel film un po’ manca. Inoltre mi è sembrato che le scene più carine siano state proprio quelle messe nel trailer. E poi, Valeria Solarino, bona quanto vuoi, ma la recitazione mi ha fatto davvero pena ”.
Duffman: “Dai, però sono contento di essere andato al cinema a vederlo, è giusto appoggiare questa nuova realtà del cinema italiano, con attori giovani e talentuosi.”
Gattara: “Quello sì, almeno si sta cercando di andare oltre ai film “comici” dei Vanzina, mamma mia. Ma sono l'unica a cui non è piaciuto neanche l'economista? Libero De Rienzo? Non so...io l'ho trovato un po' troppo caricato (anche se effettivamente lo erano un po' tutti).”
Duff Man: “A me è piaciuto! Anzi, forse uno dei più forti!”
Gengive sanguinanti: “Anche a me è piaciuto!”
Otto Disk: “Anche a me!”
Gattara: “Vabbè...come non detto, però non capite niente!”
Senza neanche rendercene conto, siamo arrivati a casa, e ad aspettarci c'erano gli altri amici che non sono potuti venire con noi, e la prima domanda, indovinate qual è stata? “Beh, come vi è sembrato?”
E via, nuovo giro nuova corsa!
Il trailer:
RECENSIONE “SMETTO QUANDO VOGLIO”
Comunque, dopo questa lunghissima attesa, che quasi ci fa dimenticare il motivo per cui siamo là, inizia il film. E cala il silenzio. Trascorrono i primi 40 minuti, e a un tratto il film s’interrompe e si accendono le luci: 5 minuti di pausa. Ma davvero?! In un film di un’ora e quaranta mi metti i 5 minuti di pausa? Non c’era stata tutta questa clemenza per il signore degli anelli! In ogni caso, la pausa viene sfruttata al meglio chi va a fumare una sigaretta flash, chi va in bagno, e chi rimane accoccolato nelle poltroncine. La pausa termina, e inizia la seconda parte del film. Un'oretta e the end.
Usciamo dalla sala e c’incamminiamo verso la macchina. Durante questa passeggiata si parla di tutto, tranne che del film appena visto, quasi a voler rimandare un argomento che, sappiamo bene, sarà il protagonista assoluto del viaggio in macchina e oltre . E infatti appena entriamo in macchina, un impavido fa la fatidica domanda: “Beh come vi è sembrato?”
Dopo un breve istante per rimettere insieme i pensieri, inizia la nostra recensione a caldo.
Ora, per comodità identificherò le persone che commentano con un personaggio dei Simpson:
La gattara scioglie il ghiaccio: “Carino, non mi aspettavo niente di più e niente di meno. Non è un capolavoro, una leggera commedia italiana. Anche se, probabilmente, non è un film da cinema, soprattutto per una come me che al cinema, purtroppo, ci può andare raramente. Però mi ha strappato qualche sorriso, ma è più un film da divano di casa che da cinema, sinceramente”.
Gengive sanguinanti: “Sì dai, alla fine era molto carino, uno sviluppo della storia sicuramente al di sopra delle righe. Viene trattato un tema molto attuale, quello del ricercatore universitario che...diciamo, non se la passa benissimo. Però cade molto spesso nello stereotipo: anche i personaggi sembrano un po’ delle macchiette. Inoltre anche i dialoghi sembravano poco sviluppati, soprattutto quelli tra la banda, non sembrava ci fosse una sintonia, nonostante fossero appunto una
banda, dai dialoghi non trapelava nessun tipo di legame. Però, tutto sommato, mi è piaciuto, un film davvero piacevole”.
Duff Man: “Mah, io forse mi aspettavo un po' di più , soprattutto dopo aver visto il trailer. Mi è sembrata una puntata di The Pills dilatata, quindi anche poco coinvolgente. Anche secondo me la caratterizzazione dei personaggi risultava essere un po’ troppo stereotipata, i due latinisti…mamma mia li ho trovati a dir poco irritanti.”
Gengive sanguinanti: “Verissimo! L'unico personaggio che usciva un po' dalla macchietta è il chimico robusto, che almeno si è evoluto durante il film, gli altri così erano e così sono rimasti durante tutto il film, non c'è stato alcun tipo di crescita.”
Otto Disk: “Sì, sono d’accordo, molto carino, anche io come Duff Man sono rimasto forse troppo affascinato dal trailer che mi ha un po’ sfasato le aspettative: è montato davvero molto bene, dinamico, incalzante, e questo nel film un po’ manca. Inoltre mi è sembrato che le scene più carine siano state proprio quelle messe nel trailer. E poi, Valeria Solarino, bona quanto vuoi, ma la recitazione mi ha fatto davvero pena ”.
Duffman: “Dai, però sono contento di essere andato al cinema a vederlo, è giusto appoggiare questa nuova realtà del cinema italiano, con attori giovani e talentuosi.”
Gattara: “Quello sì, almeno si sta cercando di andare oltre ai film “comici” dei Vanzina, mamma mia. Ma sono l'unica a cui non è piaciuto neanche l'economista? Libero De Rienzo? Non so...io l'ho trovato un po' troppo caricato (anche se effettivamente lo erano un po' tutti).”
Duff Man: “A me è piaciuto! Anzi, forse uno dei più forti!”
Gengive sanguinanti: “Anche a me è piaciuto!”
Otto Disk: “Anche a me!”
Gattara: “Vabbè...come non detto, però non capite niente!”
Senza neanche rendercene conto, siamo arrivati a casa, e ad aspettarci c'erano gli altri amici che non sono potuti venire con noi, e la prima domanda, indovinate qual è stata? “Beh, come vi è sembrato?”
E via, nuovo giro nuova corsa!
Il trailer:
lunedì 3 dicembre 2012
24effepiesse: Once Upon a Time in America
«As boys, they made a pact to share their fortunes, their loves, their lives. As men, they shared a dream to rise from poverty to power. Forging an empire built on greed, violence and betrayal, their dream would end as a mystery that refuse to die.»
«Da ragazzi, hanno fatto un patto per condividere le loro fortune, i loro amori, le loro vite. Da adulti, hanno condiviso il sogno di sollevarsi dalla miseria al potere. Fondando un impero costruito sull’avidità, sulla violenza e sul tradimento, il loro sogno sarebbe finito in un mistero che si rifiutava di morire. »
Spesso capita di stare a casa con amici e sentirsi chiedere in maniera un po’ bastarda: “Consigliami un film, che stanotte non so cosa fare..” così da trovarti immerso, nei minuti seguenti, nei classici dubbi amletici, tipo: “Mah, ce ne sono tanti, non saprei, di che genere?Recente? Boh, ne ho visto uno da poco ma non mi è piaciuto tantissimo (paraculata), prova a guardare questo….” Et voilà: rovinata una salda amicizia con il primo nome di merda che ti passa in mente, magari finendo anche bollato come quello che guarda filmacci. Per evitare simili situazioni, da quasi 10 anni vado ormai sul sicuro: 220 minuti, regia di Sergio Leone e musica del grandissimo Ennio Morricone.
Ed ecco a voi C’era una volta in America, ultimo film diretto dal maestro (1984) e terzo della cosiddetta trilogia del tempo (C'era una volta il West e Giù la testa). Già con questi presupposti se non l’avete visto, potreste smettere di leggere e iniziare a guardarlo.
La prima volta che lo vidi avevo forse 14 anni e ne rimasi sconvolto, tutt’oggi è probabilmente il mio film preferito. La pellicola nasce da un progetto decennale del regista, che si discosta della propensione western dei precedenti film e racconta, attraverso l’uso del flashback e di frequenti sbalzi temporali, la vita di 4 ragazzi, "Patsy", "Cockeye", "Noodles" e "Max", spalmata e mescolata ad arte in un déjà vu di circa 45 anni dell’America Gangster del primo ‘900. L’arco temporale è suddiviso a sua volta in 2 blocchi principali, frazionati in 3 date fondamentali: 1923 - 1933 - 1968. David "Noodles" Aronson, interpretato da un meraviglioso Robert de Niro, è il protagonista principale accanto a Maximilian "Max" Bercovicz, un James Woods nella (forse) più bella interpretazione della sua carriera. Le varie sezioni della storia si separano e si rimescolano in varie porzioni senza però creare caos. Si parte dal ’68 e si cade nei ricordi. I due, amici inseparabili fin dall’infanzia, capeggiano una piccola banda nel quartiere ebraico della New York anni '20, compiendo scippi, furti, ricatti. Dieci anni più tardi, ormai adulti e in affari in pieno proibizionismo, portano a termine “lavori” per boss molto rilevanti e influenti.
Benchè violenze e brutalità (spesso gratuite, ma funzionali allo stile realistico voluto dal regista) non manchino, tutto ha un alone appassionato, suggestivo, condito da una fondamentale storia d’amore e un' infedele ma indissolubile amicizia. Il tempo ne è però l’elemento essenziale, l’oppio un felice contorno, e un fondo comune in una cassetta di sicurezza alla stazione risulta, a sorpresa, essere il punto saliente della trama. Il film è senza dubbio un Capolavoro indiscusso del cinema, e merita di entrare nel proprio bagaglio culturale e cinematografico, sia per la parte tecnica che per la parte sonora; ma non voglio anticiparvi altro, finirei nello sgradito spoiler. Che dire, Grazie Sergio, e buona visione.
Il trailer:
«Da ragazzi, hanno fatto un patto per condividere le loro fortune, i loro amori, le loro vite. Da adulti, hanno condiviso il sogno di sollevarsi dalla miseria al potere. Fondando un impero costruito sull’avidità, sulla violenza e sul tradimento, il loro sogno sarebbe finito in un mistero che si rifiutava di morire. »
Spesso capita di stare a casa con amici e sentirsi chiedere in maniera un po’ bastarda: “Consigliami un film, che stanotte non so cosa fare..” così da trovarti immerso, nei minuti seguenti, nei classici dubbi amletici, tipo: “Mah, ce ne sono tanti, non saprei, di che genere?Recente? Boh, ne ho visto uno da poco ma non mi è piaciuto tantissimo (paraculata), prova a guardare questo….” Et voilà: rovinata una salda amicizia con il primo nome di merda che ti passa in mente, magari finendo anche bollato come quello che guarda filmacci. Per evitare simili situazioni, da quasi 10 anni vado ormai sul sicuro: 220 minuti, regia di Sergio Leone e musica del grandissimo Ennio Morricone.
Ed ecco a voi C’era una volta in America, ultimo film diretto dal maestro (1984) e terzo della cosiddetta trilogia del tempo (C'era una volta il West e Giù la testa). Già con questi presupposti se non l’avete visto, potreste smettere di leggere e iniziare a guardarlo.
La prima volta che lo vidi avevo forse 14 anni e ne rimasi sconvolto, tutt’oggi è probabilmente il mio film preferito. La pellicola nasce da un progetto decennale del regista, che si discosta della propensione western dei precedenti film e racconta, attraverso l’uso del flashback e di frequenti sbalzi temporali, la vita di 4 ragazzi, "Patsy", "Cockeye", "Noodles" e "Max", spalmata e mescolata ad arte in un déjà vu di circa 45 anni dell’America Gangster del primo ‘900. L’arco temporale è suddiviso a sua volta in 2 blocchi principali, frazionati in 3 date fondamentali: 1923 - 1933 - 1968. David "Noodles" Aronson, interpretato da un meraviglioso Robert de Niro, è il protagonista principale accanto a Maximilian "Max" Bercovicz, un James Woods nella (forse) più bella interpretazione della sua carriera. Le varie sezioni della storia si separano e si rimescolano in varie porzioni senza però creare caos. Si parte dal ’68 e si cade nei ricordi. I due, amici inseparabili fin dall’infanzia, capeggiano una piccola banda nel quartiere ebraico della New York anni '20, compiendo scippi, furti, ricatti. Dieci anni più tardi, ormai adulti e in affari in pieno proibizionismo, portano a termine “lavori” per boss molto rilevanti e influenti.Benchè violenze e brutalità (spesso gratuite, ma funzionali allo stile realistico voluto dal regista) non manchino, tutto ha un alone appassionato, suggestivo, condito da una fondamentale storia d’amore e un' infedele ma indissolubile amicizia. Il tempo ne è però l’elemento essenziale, l’oppio un felice contorno, e un fondo comune in una cassetta di sicurezza alla stazione risulta, a sorpresa, essere il punto saliente della trama. Il film è senza dubbio un Capolavoro indiscusso del cinema, e merita di entrare nel proprio bagaglio culturale e cinematografico, sia per la parte tecnica che per la parte sonora; ma non voglio anticiparvi altro, finirei nello sgradito spoiler. Che dire, Grazie Sergio, e buona visione.
Il trailer:
lunedì 29 ottobre 2012
LEGGENDONE: I Miserabili
Finalmente ho finito la lettura de "I Miserabili"di Victor Hugo scritto nel 1862.
È stata un'impresa, ma solo per la sua lunghezza (sono ben 1660 pagine), non sicuramente per il suo contenuto.
Leggerlo prende sicuramente un bel po' di tempo, ma una volta che si arriva alla fine, ci si rattrista ad abbandonare le imprese di Jean Valjean (o Giovanni Valjean, a seconda della traduzione).
"I Miserabili" è un libro poliedrico, dalle mille sfaccettature, si passa dall'azione della rivoluzione, a un'innocente e pura storia d'amore, per poi passare alla filosofia, alla politica, insomma accontenta più o meno tutti i gusti!
Fondamentalmente è un romanzo storico, ambientato nella Parigi post Restaurazione e abbraccia un periodo di circa 20 anni, con alcune digressioni alle vicende della Rivoluzione francese, alla battaglia di Waterloo, e alla monarchia di Luglio, eventi che aiutano il lettore a capire il pensiero politico dei personaggi.
A proposito di questi ultimi, come dice il titolo stesso, sono dei Miserabili, provengono dalla bassa, bassissima società: Lo stesso Valjean è un ex-forzato che durante il suo cammino redime la sua anima; percorrerà la sua intera vita su questa strada, cercando di reprimere il suo istinto "malvagio". Incontriamo poi prostitute dall'animo nobile; famiglie di delinquenti; giovani rivoluzionari; fanciulle.. e mi fermo qua perché l'elenco sarebbe piuttosto lungo e probabilmente noioso.
Tutti i personaggi percorrono le stesse strade Parigine incrociandosi come dei semplici passanti ma inconsapevoli del fatto che le loro vite, in un modo o nell'altro, si incontreranno.
Hugo racconta i suoi personaggi a 360°, rendendo impossibile per il lettore provare indifferenza per anche uno di loro: sarà immediato provare tenerezza, commozione,ammirazione per alcuni di questi protagonisti, altri invece verranno odiati e disprezzati. D'altronde sono talmente tanti i personaggi che risulta abbastanza semplice provare una miriade di sentimenti contrastanti.
Quando leggo un bel libro, penso sempre a come potrebbe essere la sua riproduzione in film, e de "I Miserabili" ci sono state diverse trasposizioni. Tra tutte ho scelto (anche per motivi forzati, non avendo trovato nient'altro) di guardarmi il film diretto da Bille August, del 1998. Il cast mi sembrava convincente, Liam Neeson nella parte di Jean Valjean, Caire Danes nella parte di Cosette, Uma Thurman in quella di Fantine, insomma un cast di tutto rispetto, che lasciava i presupposti piuttosto positivi.
Beh, se un minimo vi è piaciuto il libro, fate una cosa: non guardate mai questo film!
La prima parte, che tratta dell'infanzia di Fantine, l'ho trovata complessivamente buona. Ma una volta superato questo, la trama viene rivisitata per far rientrare un librone di tali dimensioni, in un film dalla durata di 2 ore, il che è un impresa, secondo me, impossibile.
Sono stati tagliati personaggi, e di conseguenza eventi a loro attribuiti, dall'importanza fondamentale per la dinamica dell'intera storia.
La bellezza di questo libro sta proprio (come detto precedentemente) nell'intreccio delle storie. Queste storie sono talmente "avvinghiate" l'una con l'altra che, eliminando anche solo una di esse, si perde il significato della vicenda e del profondo messaggio che Hugo ha trasmesso nelle pagine del libro.
I personaggi presenti nel film, vengono trattati con grandissima superficialità, tanto da non provare per nessuno di loro alcun tipo di sensazione, il che rende tutto molto arido e finto.
L'unica nota positiva l'ho trovata nelle ambientazioni. È bello vedere riprodotte in un film gli scenari che avevi immaginato leggendo il libro; ma di questo, sinceramente, do il merito alla scrittura del libro, talmente dettagliata da essere quasi inevitabile pensare a determinati paesaggi e luoghi.
Lo so, forse sono un po' troppo cattiva rispetto a questa trasposizione, ma purtroppo non posso fare altrimenti, mi ha decisamente delusa.
Non so come siano gli altri film, e probabilmente, per paura di ricevere un ulteriore delusione, lascerò i ricordi del libro da soli con la mia immaginazione.
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giovedì 14 giugno 2012
LEGGENDONE: The Rum Diary
Verso la fine degli anni cinquanta, Hunter S. Thompson partì alla volta di Porto Rico dove ad aspettarlo c'era un posto come giornalista sportivo in un quotidiano locale in lingua inglese. Probabilmente questa esperienza lo porterà a scrivere “The Rum Diary”, in Italia “Cronache del Rum”, che nonostante sia uno dei primi scritti di Thompson, raggiunge le librerie nel 1998. Il protagonista, Paul Kemp, è un giornalista che decide di farsi trasferire a San Juan, Porto Rico, per entrare a far parte della redazione del San Juan Star. Il racconto che ne viene fuori descrive la vita alcolica quotidiana di Kemp, fatta di fiumi di rum, risse e incertezza su quello che verrà dopo. Gli accompagnatori principali sono i colleghi della redazione: Sala è un fotografo che ripete ogni giorno che quello sarà l'ultimo passato sull'isola, ormai da un anno; Yeamon è un incazzoso giornalista che vive alla giornata con la sua bellissima fidanzata Chenault; Moberg è uno svedese minuto che passa tutto il suo tempo attaccato alla bottiglia e ogni volta che Kemp parla di lui non gli si danno più di venti minuti di vita; Lotterman è il capo della baracca, un direttore paranoico che cerca di tenere in piedi il giornale in mezzo al marasma generale creato dalla compagnia etilica che scrive per lui. In seguito Kemp conoscerà anche alcuni pezzi grossi col quale tirare su un po' di grana extra. Il tutto viene descritto in modo impeccabile, la lettura risulta veloce e fluida e ci si ritrova a leggere l'ultimo capitolo con la voglia di leggere un altro libro dell'autore.
Il 28 ottobre 2011 è stato presentato, nelle sale americane, il film basato sul romanzo, “The Rum Diary”. I diritti del romanzo erano stati acquisiti da varie case di produzione cinematografica prima di finire nelle mani di Johnny Depp, grande amico dello scrittore. Fu lui a spargerne le ceneri nel cielo del Colorado aiutandosi con un cannone (furono seguite le disposizioni dello stesso Thompson) e il fatto che una persona così vicina a Thompson potesse intraprendere la realizzazione di un film su un suo scritto, non può che riempire di aspettative e curiosità per un romanzo che merita tanto rispetto quanto “Paura e disgusto a Las Vegas”. Il regista a cui venne affidato il film è Bruce Robinson, mentre Paul Kemp è interpretato da Depp.
Visto il film, il mio consiglio da incompetente del settore è di non farsi MAI illudere dalle aspettative. Quando si finisce un libro del genere sapendo che subito dopo vedrà il film, si aspetta prima di tutto la fedeltà al romanzo, non perché sia un valore assoluto nelle trasposizioni cinematografiche ma perché non si trova ragione alcuna per modificare l'andamento di certe situazioni.
Johnny & Co. hanno fatto di più, non solo modificando la trama, ma eliminando personaggi fondamentali e attribuendo ad altri caratteristiche che non hanno mai avuto. Il protagonista risulta un personaggio che puoi trovare in qualsiasi altro film di Depp. L'interpretazione risulta rielaborata in modo da far trasparire il giornalista Thompson nel personaggio di Paul Kemp. Forse questo non era il libro migliore per proporre al pubblico un film che parlasse di Thompson pre-Las Vegas, ma evidentemente la tentazione di accostare il giornalista Kemp al giornalista Thompson era troppo forte. Lo stravolgimento e l'eliminazione di alcuni personaggi portano conseguenze sulle vicende che accadono, portandole tutte a un livello di narrazione e originalità molto basso.
Il mio consiglio è quello di divorare il libro e se avete tempo di guardare il film, ma senza le aspettative che un operazione del genere, giustamente, crea. L'altro mio consiglio è di non guardare il film se si ha intenzione di leggere il libro in seguito perché la rielaborazione vi anticiperebbe certe situazioni e vi trovereste a costruire una bambolina voodoo con le sembianze del bel Johnny perché vi ha spoilerato un capolavoro.
venerdì 4 maggio 2012
24EFFEPIESSE: Midnight in Paris
Solitamente non guardo i film che mi vengono consigliati, o meglio, li guardo solo quando mi ispirano oppure quando ho tempo. Ma questa volta il film consigliato è di Woody Allen, perciò ho deciso di guardarlo il prima possibile. Non voglio fare una filippica su Allen, ma una cosa è da dire, è il classico regista per cui non trovo vie di mezzo, ogni suo film o lo amo o lo odio. So che è una cosa impopolare, ma è lo stesso effetto che mi fa Tarantino.
Detto questo, e senza dilungarci sulle varie nomination, passiamo a Midnight in Paris: lo scrivo subito, questo rientra nella categoria dei film che ho amato, è brillante e di una profondità elegante, sapientemente occultata dalla veste di una normale commedia. Sembra una storia d'amore, ma non lo è. Sembra una favola moderna, ma non lo è. Sembra un'opera letteraria, ma non lo è. Non so, penso sia tutte queste cose assieme, e nessuna di esse.
Owen Wilson è un ottimo attore, e ha contribuito a dare un senso di leggerezza a quasi tutta la pellicola, salvo poi squarciarlo brutalmente poco prima di un finale scontato ma perfetto.
Questo film confonde, ma allo stesso tempo mostra chiaramente il suo senso, e la regia di Allen dà spazio a una Parigi notturna e onirica, che non è solo cornice, ma protagonista. Ma qual è il senso? Non lo posso rivelare (anche perché non sono sicura di aver interpretato nel modo giusto, diciamo che mi sono fatta un'impressione molto personale), ma posso dire che è sfuggevole e bellissimo.
Il mistero è dietro ogni angolo, l'inaspettato ti osserva e ti stupisce; ma la cosa che più mi ha colpita è la sensazione che mi ha lasciato a fine visione: una leggera contentezza e un mucchio di domande.
Qualche difetto si annida dietro l'angolo, ma viene decisamente surclassato da tutto il resto.
Non voglio rivelare troppo perché è un film “nuovo”(anche se sono sicura che diverrà un classico), perciò chiudo, consigliandone vivamente la visione.
Detto questo, e senza dilungarci sulle varie nomination, passiamo a Midnight in Paris: lo scrivo subito, questo rientra nella categoria dei film che ho amato, è brillante e di una profondità elegante, sapientemente occultata dalla veste di una normale commedia. Sembra una storia d'amore, ma non lo è. Sembra una favola moderna, ma non lo è. Sembra un'opera letteraria, ma non lo è. Non so, penso sia tutte queste cose assieme, e nessuna di esse.
Owen Wilson è un ottimo attore, e ha contribuito a dare un senso di leggerezza a quasi tutta la pellicola, salvo poi squarciarlo brutalmente poco prima di un finale scontato ma perfetto.
Questo film confonde, ma allo stesso tempo mostra chiaramente il suo senso, e la regia di Allen dà spazio a una Parigi notturna e onirica, che non è solo cornice, ma protagonista. Ma qual è il senso? Non lo posso rivelare (anche perché non sono sicura di aver interpretato nel modo giusto, diciamo che mi sono fatta un'impressione molto personale), ma posso dire che è sfuggevole e bellissimo.
Il mistero è dietro ogni angolo, l'inaspettato ti osserva e ti stupisce; ma la cosa che più mi ha colpita è la sensazione che mi ha lasciato a fine visione: una leggera contentezza e un mucchio di domande.
Qualche difetto si annida dietro l'angolo, ma viene decisamente surclassato da tutto il resto.
Non voglio rivelare troppo perché è un film “nuovo”(anche se sono sicura che diverrà un classico), perciò chiudo, consigliandone vivamente la visione.
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